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H.P. Lovecraft, l'Innominabile

"Non è morto ciò che veglia in eterno. E con il passare degli eoni, anche la morte può morire."

Aveva un debole per quel criptico che, maneggiato con impalpabile levità, come i sudari che temeva, svelava solo al termine di quelle iscrizioni antiquarie e intime che erano i suoi racconti.
Svelava. Accostarlo a un regista che vezzeggi il colpo di scena è quantomeno riduttivo. Chiamare la tensione in crescendo, che porta il lettore a divorare i suoi lavori, pura tecnica letteraria, è porre un limite.
E spesso quel velo di Maya che cade, al termine di pagine di labirintiche e dotte digressioni americane, dove è gradevole perdersi, è l’Innominabile.
H.P. Lovecraft. Colui che narrò dell’orrore che non può essere
descritto e chiama la pazzia, e tuttavia legato all’intimità quotidiana di luoghi domestici o aulici, quali un semplice piano di sopra, o un lussureggiante paesaggio del New England.
Costretto dalla critica del suo tempo a narratore in pubblicazioni scadenti, spesso accostato a fratello minore e derelitto di Poe, dolorosamente sensibile della sua stessa sottovalutazione, quest’uomo inventò teogonie e orrori cosmici celati in scenari metropolitani, inserì linee di antropologia religiosa europea e culti primitivi in scenari di addomesticato paesaggio americano. Quel New England fosco di foreste e colori che non esistono, dove strane creature possono camminarci accanto. Una cosmogonia tremendamente onirica, un filo di Arianna srotolato sugli splendidi scorci del paese dei sogni, ove scenari che spesso oggi troviamo in ambientazioni fantasy, gareggiano con l’amore che suscita quasi tenerezza di un uomo che si commuoveva dinanzi ad abbaini residui di un recente 1600, antica vetustà agli occhi di un colono americano, e quasi comico per un europeo che calca ogni giorno duemila anni di storia. Ma con le sue parole, quella vetustà ci appare, tanto più solo antiquaria, quanto più carezzata da un maesltrom di attrazione e orrore, quale il maestro di Providence sapeva narrare delle tentazioni della curiosità dell’animo umano.
Un ribollire di creazioni, una mitopoiesi che legava altri mondi, altri dèi, a culti pagani come quello di Mitra, o Cibele, a narrazioni di racconti permeati di un alchimismo degno della migliore tradizione di Praga per passare, con una autoironia amara e a volte più fresca e distaccata, a un pozzo di una casa affacciata a pochi metri da una strada di una moderna metropoli, dove riposa un essere degno di un gargoyle, che troviamo, solo nelle ultime righe, in una fotografia che ne prova l’esistenza e non una semplice rappresentazione pittorica, come nel gradevolissimo “il ritratto”. Inventò dèi che camminavano sulla terra, fratture impedite tra il nostro mondo e quello di abissi lontani, atlantidei. Inventò un libro leggendario, e la sua accurata genesi, con una abilità che a malapena ci impedisce di correre presso una biblioteca per sfogliare incunabula sulle tracce del mistico Necronomicon. Inventò architetture indefinibili, solo tracciabili come non euclidee, in spazi deserti di antartiche vastità. E lì cercò
quell’abisso del tempo che non trovava forse tra le vaste estensioni apalachiane, o cittadine dove decadute famiglie di pirati trattavano con dèi che di innocuamente ittico avevano solo le sembianze?
Poco spazio. Dire ancora è svelare qualcosa che necessita sentire e non narrare. Parli lui a voi, dalle pagine di un libro che vi porti in qualche luogo del misterioso Kadath, o magari, dopo, dal mezzo di una partita di gioco di ruolo, dedicato a quel nome che fu uno dei più vicini percorsi all’Innominabile, che porta il bizzarro nome di Chtulhu.

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