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Week.it chiude

Il Direttore Responsabile saluta i lettori del settimanale nato vent’anni fa in Mondadori come edizione italiana dell’americano Pc Week. L’ULTIMO DEGLI IMHO è il titolo del pezzo con il quale spiega che l’unica alternativa alla chiusura sarebbe far scadere la qualità del prodotto e che si preferisce salvare la dignità, accettando la dura legge del mercato.

È spiacevole costatare che un altro duro colpo è stato inferto alle testate d’informatica, chiude Week.it. Mercoledì 7 novembre 2007, la notizia è stata diffusa dal direttore Responsabile, Marco Gatti (NELLA FOTO), attraverso un pezzo intitolato “L’ULTIMO DEGLI IMHO” con il quale spiega come <>.

Di seguito, riporto il testo:

L’editore ha deciso di chiudere Week.it, il settimanale nato vent’anni fa in Mondadori come edizione italiana dell’americano Pc Week. La chiusura è motivata da un conto economico che già da tempo era divenuto insostenibile.

Il problema nasce dal mercato pubblicitario dei periodici business-to-business, e in particolare di quelli del settore Ict, segmento che non si è più ripreso dopo l’euforia degli anni ‘90 e la successiva caduta del 2001-2002. Diverse testate d’informatica hanno già chiuso e probabilmente altre seguiranno. I nostri stessi concorrenti diretti - pur pubblicati da editori specializzati nel settore e seguiti da concessionarie altrettanto specializzate - escono da tempo con foliazioni ridotte all’osso, tirature in calo e accorpamenti di numeri che tendono a trasformare la periodicità da settimanale a quindicinale.

Si arriva però a un punto in cui le alchimie non bastano più e i ricavi non arrivano nemmeno lontanamente a coprire i costi, anche se compressi all’osso. L’alternativa estrema sarebbe far scadere la qualità del prodotto, trasformandolo in una sorta di bollettino fatto di comunicati stampa o poco più (o peggio, in un megafono al soldo degli inserzionisti, disposto a navigare in quell’area grigia fatta di “redazionali” e di favori fatti a chi di volta in volta è disposto a pagare quattro lire). Per noi è una scelta inaccettabile. Di qui la decisione di salvare la dignità, accettando la dura legge del mercato che mette in difficoltà non solo noi, ma l’intero settore.

Ovviamente abbiamo sempre saputo che senza pubblicità non potevamo fare nessun giornale, né cattivo né buono. Il nostro modello di business era limpido e in qualche modo simile a quello della tv commerciale: fare un giornale indipendente che, in quanto tale, è richiesto da lettori molto selezionati, che ci amano e che conosciamo uno per uno. Per questo abbiamo sempre ritenuto di essere un eccellente supporto pubblicitario.

In altre parole, abbiamo cercato di fare un giornale interessante in sé, ma per farlo la pubblicità è vitale: mandare un giornalista a un evento o un’intervista significa pagarlo per il disturbo e per il pezzo, che poi va messo in pagina; bisogna quindi pagare la redazione, gli uffici, carta, stampa e spedizione a un target selezionato, la cui costruzione e cura costante porta via molto del nostro tempo. Ciò non significa che un determinato articolo su un’azienda lo paga la specifica azienda (o almeno questo è sempre valso per noi, come i nostri inserzionisti sanno bene), ma solo che quel pezzo non potrebbe uscire affatto se non ci fossero aziende che credono nel progetto complessivo del giornale, scegliendo di comunicare su un mezzo ritenuto interessante dalle persone che chiedono di riceverci e che selezioniamo una per una.

Purtroppo, con la diffusione dell’informatica a tutti i livelli e in tutti i campi, è diventato molto più facile vendere (e acquistare) spazi pubblicitari sui grandi numeri indifferenziati che non cercare di spiegare (e capire) un particolare modello qualitativo basato sulle persone, e la cosa vale anche sul fronte dell’online. Che dire: schiacciati dalla logica di chi ha deciso che è meglio sparare col cannone piuttosto che prendere la mira con cura, molto a malincuore salutiamo.

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