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Uffici Stampa e Campagne di Comunicazione

I professionisti della Informazione e della Comunicazione devono lavorare insieme, smettendo di screditarsi a vicenda. Sono due facce della stessa medaglia, quella del successo da creare/accrescere attorno ai propri clienti.

SIMONA PETACCIA, 15/11/2007 -  «A che mi serve un comunicato stampa? E, poi, perché dovrei farmelo scrivere da qualcuno? Posso benissimo scrivermelo da me!». È questa la frase che, spesso, mi sento ripetere da piccole, medie e grandi aziende della mia Regione (e non solo). Poi, ovviamente, le ricerche di settore rivelano che le campagne di comunicazione con i media sono sempre meno efficaci.

Ancora oggi, infatti, pochi comprendono che una comunicazione inviata semplicemente a tutte le testate giornalistiche ha, più o meno, una possibilità su 500 di essere presa in considerazione. Questo perché manca ancora il senso dell’importanza della professionalità necessaria a operare in un Ufficio Stampa. Nessuno farebbe, infatti, preparare un bilancio da altri che non fosse almeno un ragioniere o si farebbe assistere in un contratto da altri che non fosse un avvocato.

Oggigiorno, però, la Comunicazione in generale e quella giornalistica in particolare si è trasformata da strumento marginale a componente indispensabile. Per questo motivo, solo chi conosce a fondo l’attività dei media (strutture, sistemi, tendenze ecc.) può costruire un buon rapporto con le testate giornalistiche per ottenere una solida immagine del cliente e dare luce alle potenzialità dei servizi proposti, facendo emergere sia il valore del suo personale interno sia la loro professionalità.

Come può un fatto diventare una notizia appetibile per le testate giornalistiche e per il loro pubblico di riferimento? Come deve essere strutturato un comunicato stampa per non essere cestinato? Come si effettua un invio di testi differenziati in base al veicolo (agenzia di stampa, quotidiani, radio, TV ecc.) che si vuole utilizzare? A queste e a molte altre domande possono rispondere solo gli esperti del settore, perché non basta inviare un fax o un messaggio e-mail per ottenere l’attenzione dei giornalisti assieme a una presenza duratura e soprattutto “fruttuosa” sui media.

Non si dà ancora la giusta importanza all’attività professionale svolta dagli Uffici Stampa. Poi, si spendono migliaia di Euro per commissionare una comunicazione “lampo” su un singolo evento a una agenzia che opera all’ombra della Madonnina e del Cupolone, poiché si pensa che ciò posizioni la propria realtà professionale nel GOTHA dell’impresa italiana. Uno, dieci o cento articoli sull’attività di un’azienda non bastano a darle notorietà. Per costruire un’immagine solida e duratura, bisogna avere una visibilità costante e mirata a una categoria precisa di lettori: partner, azionisti, clienti e potenziali tali.

Per questo, i professionisti della Informazione e della Comunicazione devono lavorare insieme, smettendo di screditarsi a vicenda. Sono due facce della stessa medaglia, quella del successo da creare/accrescere attorno ai propri clienti. Solo in questo modo si potrà riuscire a far capire ai manager digiuni del settore che la loro dichiarazione (tanto convinta e osannata da collaboratori/partner) può non interessare al mondo esterno e che bisogna trovare sia il modo sia il momento giusto per diffonderla.

Proprio per questo motivo ho apprezzato e ho subito partecipato a un progetto di ricerca accademica sulla relazione fra giornalisti e relatori pubblici e su come le due professioni si considerano a vicenda, promossa da due ricercatori italiani (Toni Muzi Falconi e Chiara Valentini).

 

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