Questo sito contribuisce alla audience di

Ultimi interventi

  • La trasmissione dei valori.

    A differenza degli animali, l’uomo non vive solo in un ambiente naturale, retto da leggi fisiche e biologiche, ma organizza anche un ambiente culturale nel quale interpreta, controlla e modifica la natura. Ne deriva che la cultura, intesa come insieme di valori, norme, modelli, simboli che caratterizzano un sistema sociale, finisce per dominare, ancor più della natura, l’esperienza di ogni essere umano. Il vero mondo dell’uomo, infatti, più che quello naturale è quello culturale fatto di simboli e significati. La stessa natura viene ricreata dalla mente umana, assumendo i significati più diversi a seconda del soggetto. Per cui, si potrà affermare che non esiste il mondo ma il nostro mondo, organizzato dalle nostre categorie conoscitive (Immanuel Kant). L’educazione può essere intesa proprio come un passaggio progressivo dell’uomo da “animale di natura”, legato al mondo biologico, ad “animale di cultura”, legato all’universo culturale: “L’uomo è l’unico essere in grado di passare dalla natura alla cultura” (Jacques Maritain). Dal momento però che il sistema culturale non è scritto nel codice genetico, ne deriva la necessità della trasmissione dello stesso. L’educazione non è altro che la trasmissione del patrimonio culturale da una generazione all’altra. Ogni società trasmette i suoi modelli culturali, è cioè necessariamente educatrice. Non può esistere una società senza l’attivazione di processi educativi. L’educazione, dunque, è lo strumento di continuità culturale tra individuo e società. Agenzie di educazione e socializzazione come la famiglia, la scuola, il gruppo, i mass-media, svolgono appunto la fondamentale funzione di raccordare l’individuo al patrimonio culturale della comunità umana, particolare ed universale: “L’istruzione è il frutto della partecipazione progressiva dell’individuo al patrimonio comune del genere umano” (John Dewey).

  • Ricerca, saggezza, senso del tempo...

    Ci sono tre modi di avvicinarsi alla verità. Due errati ed uno corretto. Quello di chi ritiene, in modo assoluto, di possederla (integrismo, dogmatismo). Un tale comportamento, anche se può dare sicurezza e conforto, ha il limite di porre fine ad ogni ricerca. C’è, invece, un secondo atteggiamento che toglie ugualmente energia alla verità muovendo da una direzione opposta. E’ basato o sul possibilismo estremo (tutto può essere vero, tutto può essere giusto: relativismo). Oppure, sul dubbio assoluto, riferito ad un solo aspetto (non posso conoscere questa cosa: scetticismo) o generalizzato a tutta la realtà (non posso conoscere nulla: agnosticismo). Ma l’agnostico, cioè colui che ritiene di non poter conoscere nulla, è sempre prossimo a diventare un nichilista (chi afferma, cioè, che non esiste nulla). Ed il nichilismo, ha il torto di cadere in due inconvenienti. Primo, è una forma sottile di dogmatismo: “Ad affermare il nulla – sostiene Pascal – ci vuole tanta energia quanta ne occorre ad affermare il tutto”. Secondo, è intrinsecamente contraddittorio: chi sostiene che non si può conoscere nulla, afferma, infatti, che di una cosa almeno si può assolutamente essere sicuri: che tutto è incerto. Senza avvedersene, costui crea una nuova metafisica, cioè una visione della realtà basata sul dubbio. Egli è un dogmatico alla rovescia. Ma qual è, allora, il modo corretto di avvicinarci alla verità. E’ quello della ricerca umile ed incessante, detto euristico (dal greco “eurisko”, cerco). Tale atteggiamento utilizza il dubbio in modo metodico e strumentale e non come un assoluto. L’uomo euristico considera la conoscenza come una miscela dinamica di certezze, parziali e provvisorie, e di zone d’ombra, di dubbi. Ma il dubbio, per lui, non è nemico della conoscenza ma funzionale ad essa. Ha il potere di sospingerci continuamente verso la ricerca… Ed in te cosa prevale? La certezza assoluta, lo scetticismo, o il dubbio finalizzato alla ricerca?

  • Bellezza e Amore.

    Tra i filosofi antichi, Platone ha il merito di essersi occupato, in modo approfondito, della bellezza e dell’amore. Per lui, bellezza, amore, felicità, sono strettamente collegati. L’amore si serve della bellezza, come di uno strumento, per sorpassare i limiti del finito e raggiungere l’eterno, cioè la felicità. Sono tre, per Platone, le caratteristiche dell’amore… 1. L’amore è un’ammissione d’incompletezza. Accettare di amare un altro è come dichiarare a tutti di non essere autosufficienti. Rappresenta un gesto di umiltà, il riconoscimento pubblico di un limite, di una solitudine costitutiva superabile solo nella dualità. 2. L’amore è il riconoscimento di ciò che già si conosce. La scelta dell’altro non è casuale, anche quando sembra tale. E’ l’incontro con qualcuno che è già presente in noi. Chi s’innamora, in fondo, non sceglie, come non sceglie chi si guarda allo specchio. Si riconosce, si riflette. L’altro rappresenta il nostro Sé profondo, la proiezione di uno schema mentale costruito in base a modelli umani interiorizzati: figure genitoriali, insegnanti, amici, compagni, divi dello spettacolo... 3. Amare é ascendere verso l’alto. L'amore rivela, secondo Platone, la nostalgia dell'assoluto. Attraverso le forme sensibili, la nostra mente s’innalza al regno delle idee universali, a Dio.

  • Felicità, Angoscia, Senso esistenziale.

    Cos’altro è la felicità se non il riverbero di una serena consapevolezza di sé. Tra le definizioni che si possono dare della vita, ce n’è una che mi attrae particolarmente. L’affermazione che la vita è un percorso di consapevolezza, una ricerca di sé, un dare alla luce se stessi. Un camminare verso se stessi, con la possibilità – ed il rischio – d’incontrarci, prima o poi. Trovarci di fronte a noi stessi, nudamente e crudamente, può essere infatti terribile. E’ il caso di ammettere con Nietzsche: “Ma quanta verità può osare un uomo?”. Solo allora comprendiamo il perché dell’inconscio e la sua funzione protettiva: celare alla parte cosciente ciò che non siamo ancora pronti ad ammettere. Una cosa è certa. Solo vivendo, diventiamo consapevoli di noi. L’uomo è la sua storia, afferma Croce. Il che significa che prima esistiamo e poi siamo. E che l’essenza, cioè la nostra identità, segue l’esistenza, per dirla con gli esistenzialisti. Solo in età matura, possiamo cominciare a comprendere, più o meno, chi siamo, uscendo dalla percezione indefinita di noi (ma anche delirante ed euforica) propria dell’adolescenza. E fra tutto ciò che concorre a definirci, credo che cinque siano i "pilastri" fondamentali della consapevolezza. Primo. Riceviamo consapevolezza dalla conoscenza delle nostre emozioni, soprattutto di quelle che non riusciamo a gestire. Confessiamolo. Ciascuno di noi è assediato, spesso per tutta la vita, da uno o più mostri. E quanti di noi sono costretti a vivere col fucile puntato verso un’emozione insorgente, con rari attimi di quiete. Secondo. Riceviamo consapevolezza dalle norme e dai valori che impersoniamo e che danno senso alla nostra esperienza. Anche da questi possiamo dedurre cosa siamo. I valori sono fondamentali per l’equilibrio mentale. Proprio da essi scaturisce una certa percezione di noi e da questa, a sua volta, autostima e benessere emotivo. Terzo. Riceviamo autocoscienza dalla capacità di gestire le relazioni e la comunicazione. Infatti la consapevolezza di noi è di tipo sociale. Noi pensiamo di noi stessi pressappoco ciò che gli altri ci comunicano, in base a segnali positivi e negativi, allusioni e conferme. Basta fermarsi a parlare con persone conosciute o entrare in una stanza piena di gente per capire ciò che noi siamo agli occhi degli altri… Quarto. Definiamo il nostro sé, infine, dalla capacità di leggere in positivo la nostra esperienza. Molta della nostra consapevolezza sorge dagli errori, dagli insuccessi, dagli ostacoli, e dai feed-bach d’immagine che ci viene riverberata dai nemici, gli unici capaci di guardarci senza abbellimenti… Quinto. Siamo consapevoli di noi nella misura in cui riusciamo a raggiungere un buon livello di distanziamento da noi, a trascenderci. Ciò accade quando comprendiamo che il problema mentale è dentro di noi e che il disagio psichico non è altro che una nostra creazione, una soggettiva e modificabile rappresentazione della realtà. E’ la “ricerca del punto più alto”, di una postazione mentale panoramica dalla quale è possibile definire, oggettivizzare e relativizzare i nostri problemi. E più è assoluto il nostro ancoramento metafisico, più riusciremo a ridurre la portata delle angosce. Così, se è vero che gli opposti si generano a vicenda, il Tutto genera il Nulla. La consapevolezza della morte (tutto), riuscirà a produrre, ad esempio, la vanificazione di un’insicurezza emotiva (nulla). Ed ancora di più otterremo con l’idea di Dio, di vita eterna, di senso provvidenziale del vissuto. Qualsiasi problema mentale, per quanto angosciante, tenderà allora ad annullarsi di fronte ad un Tutto, ad un Assoluto. E’ la "nichiloterapia" sperimentata dai mistici, fonte di armonizzazione e di libertà interiore… E tu cosa ne pensi?...

  • Vizi & Virtù.

    Non sempre chi si astiene dal male è buono. La virtù è spesso solo la maschera dell'egoismo e del timore. Talvolta è conseguenza della debolezza. Anche il male infatti richiede coraggio, come il bene, e non tutti ne hanno. Molti pensatori si sono occupati di questo argomento e fin dall'antichità. Seneca, La Rochefoucaild, Freud... ingigantendo il sospetto verso la sincerità delle nostre intenzioni. Solo quando cade la maschera - a motivo di un evento eccezionale, del dolore, di una forte passione negativa - ci riveliamo per quello che siamo veramente... Ma, in compenso, solo in questi casi, è possibile costruire una stima realistica di noi, magari modesta ma autentica, non idealizzata e camuffata... Ben vengano dunque i momenti di rivelazione. Sono dolorosi ma ci fanno diventare adulti.

Le categorie della guida