L'incubo di una città devastata

Mi ritrovo a scriverle di un sogno che mi ha un po' segnato, l'ho fatto più di due anni fa, ma è ancora nella mia mente, ci penso ancora, cercando una spiegazione, ma io non so darmene.... Il sogno dunque, è molto simile a una New York devastata, edifici caduti, nessuna persona, sembra che ci sia stata una guerra. E' un campo di rovine. Ma ecco che vedo un edificio, appena costruito, sembra uno di quei palazzi dove si costruiranno poi uffici e sale di attesa. Non ci sono nè mobili, nè porte, nè fineste, cioè, per esserci, le finestre ci sono, ma non col vetro, o tapparelle, o tende, niente di niente. Salgo fino a un certo piano, piuttosto alto, entro in una stanza, ci sono i miei genitori, sono avvolti nella plastica, come bachi, sono morti, almeno credo, non si vedono nemmeno i corpi dal tanto che sono avvolti nella plastica, sono vicini, con dei fili, tipo flebo, che escono dai corpi, intorno a loro, una specie di divisorio in plastica. Mi accascio per terra, inizio a piangere, arriva la morte, è avvolta da un mantello nero, ha una falce, inizia a dire che è solo colpa mia, che è colpa mia di tutto, e che se i miei sono morti è a causa mia. Mi dice di guardare fuori, mi sporgo, e sotto di me ci sono un sacco di persone, dall'aspetto cattivo, che tengono in mano tanti cuori battenti, e agitano il pugno, col cuore battente, in aria, e urlano insieme, in un sol coro. Inizio a urlare, - NO! -, e la morte ride di me...E' spaventoso come sogno, e ancora ora lo rammento, senza capire come mai ho fatto un così brutto incubo sui miei genitori....è evidente che c'è un senso di colpa...ma non capisco da cosa derivi...Mi aiuti, credo sia un aspetto importante! Grazie di tutto quello che stà facendo...

Cara …, il tuo sogno denuncia un rifiuto di crescere e di assunzione dei ruoli adulti. E’ evidente la percezione negativa che tu hai dell’attuale società, livellatrice e competitiva (”New York devasta..edifici caduti”). Rifiuti le relazioni impostate su stereotipi di freddezza, di convenienza, di competizione… L’edificio appena costruito, destinato ad uffici e negozi, sale d’attesa… sei tu. Sei appena arrivata alla giovinezza e già si pretende che indossi la tua maschera, che entri in un ruolo sociale (negozi), ti metta in fila per occupare il tuo posto nella società (sale d’attesa)… Nel grattacielo appena costruito non ci sono mobili e finestre: tu non hai ancora idea di quello che vuoi essere. Le finestre ci sono ma non hanno vetri, taparelle, tende: tu non hai ancora gli strumenti mentali per interpretare la realtà in cui ti trovi. Sali in una stanza alta (luogo della coscienza, dell’autostima, della verifica di senso vitale) e trovi i genitori morti. Sei consapevole di averli uccisi col tuo rifiuto di crescere, di aderire al loro modello, o meglio al modello cui anche loro un giorno si sono identificati. Ma la tua mente, per assolverti dal senso di colpa, ti suggerisce l’idea che essi siano morti a causa della spersonalizzazione in atto nella società tecnologica. Li vedi, infatti, avvolti nella plastica (devitalizzati, standardizzati, anonimi) e nei fili di flebo (si sono alimentati passivamente alla realtà metropolitana). In tale società la morte uccide tutti (”arriva la morte avvolta da un mantello nero”). Ma cosa uccide, in realtà? L’infanzia, la fantasia, il sogno, la fiducia, la spontaneità… Ecco la folla dall’aspetto cattivo che tiene in mano un cuore palpitante…Tutti sono responsabili della morte dei sentimenti. Tutti portano la maschera della durezza e dell’indifferenza. Tieni presente che ciascuno tiene in mano il suo cuore, cioè controlla i suoi sentimenti, per apparire impassibile, invulnerabile e quindi vincente. E’ questa la legge dell’uomo metropolitano. Non mostrarsi debole, sensibile, ingenuo, fragile, piccolo, sognatore…Il ghigno della morte ti avverte che anche tu indosserai, prima o poi, quella maschera. Sarà inevitabile. Mia cara, a motivo di una particolare sensibilità, tu percepisci, in modo amplificato. ciò che molti, soprattutto molte ragazze avvertono. L’evoluzione psico-fisica coincide, nella tua immaginazione, con una perdita di quanto più valido risiede nell’infanzia: fiducia di base, spontaneità, creatività, dipendenza protettiva e rassicurante, gratuità della vita… Ti ripeto che molti avvertono, oggi, questa sensazione e bloccano la loro crescita. Rifiutano di fare l’università, d’intraprendere un lavoro, una carriera. O lo fanno stancamente, senza motivazione, per calcolo di convenienza, cioè per quieto vivere e per evitare conflitti dispendiosi di energie con i genitori. Cerca di capire bene qual è la ricchezza da cui non ti vuoi separare. Noi ci “fissiamo” o su ciò che ci piace o su ciò che rimane irrisolto e problematico. Evidentemente l’infanzia è stata per te particolarmente gratificante: ti sei sentita molto amata, seguita. Una volta compresa la dinamica del tuo problema emotivo, devi decidere di realizzare un “tuo modello”, originale e personale di definizione individuale, basato sui valori che non vuoi perdere. Elencali, fissali nella mente, amplificali, potenziali. Rendili dinamici, cioè soggetti ad evoluzione. Così potrari crescere, rimanendo quello che vuoi essere: spontanea, autentica. L’alternativa non è se crescere o non crescere, ma come crescere. La crescita non può essere fermata come non si può fermare un fiume. Lo si può però arginare, incanalare, guidare. Puoi trasformare il tuo fiume adolescenziale in un lago sereno, conosciuto, prevedibile, pacificante, anzichè in un mare ansimante ed inquieto. Non rimanere annullata dalla tua prodigiosa sensibilità, ma fanne un elemento di forza, di autosvolgimento creativo. Coraggio. Ti abbraccio. Luciano.

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