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L'unicità di ciascuno

"L'uomo è più interessante degli uomini. Ciascuno è più interessante di tutti" (Gide).

Poche cose ci umiliano come il sentirci massificati… Anche per questo motivo, le file non ci piacciono. Ma, d’altro canto, poche cose ci danno sicurezza come il sentirci compattati con gli altri, rassicurati dalle medesime idee e mode. Il sentimento di appartenenza ad una realtà sociale (gruppo di lavoro, classe, famiglia, città, partito…) può fungere da potente supporto d’identità, specie per i più deboli, qualcosa che ci fa sentire più forti e significativi. In gruppo, infatti, si compiono azioni (infami o sublimi) che non sempre da soli si ha il coraggio di realizzare. Si va nei parchi a raccogliere spazzatura o… si gettano pietre dai cavalcavia. Ma… in ultima analisi, specie nelle esperienze limite (innamoramento, sofferenza, parto, morte, decisioni importanti e conflittuali…) siamo soli, con le nostre ansie e paure. Siamo dei “singoli”. In fondo questa è la nostra identità. Essere “animali sociali” (Aristotele), profondamente radicati nel tessuto relazionale, scegliere la compagnia e l’associazione non solo per calcolo e vantaggio ma per un bisogno profondo e creativo. E, nello stesso tempo, sentirsi
condannati alla solitudine. Drammaticamente soli con la consapevolezza di noi e dei nostri problemi, con percezioni e sentimenti che spesso non ci sentiamo di comunicare a nessuno. In questo senso non siamo omologabili agli altri. Rimaniamo dei “singoli”. E’ ciò che sentiva il filosofo danese Kierkegaard quando affermava: “In ogni genere animale la specie è la cosa più alta… Solo nel genere umano, l’individuo è più alto del genere”. L’uomo, o meglio, Io. Un piccolo universo, un microcosmo. Un progetto dalla identità unica, compiuta, irripetibile. “Se io dovessi domandare un epitaffio per la mia tomba, - scrisse sempre Kierkegaard - non chiederei che ‘quel Singolo’ “.

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