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Alla ricerca di sé

"Il compito principale della vita di un uomo è di dare alla luce se stesso" (Erich Fromm)

- Tutta l’esistenza ha carattere evolutivo. E’ stato Erick Erikson, psicanalista americano di origine danese, tra i primi a comprendere che non solo l’infanzia e l’adolescenza, come credeva Freud, rappresentano una crescita, ma l’esistenza intera non è che un adattamento fra l’individuo e la realtà. Anche l’andare in pensione, l’ammalarsi, il morire, costituiscono un processo adattivo e quindi un’evoluzione. Nessun uomo invecchia o muore allo stesso modo di un altro.

- Erikson ha individuato ben otto fasi nella vita di una persona. Ognuna di esse ha “carattere critico”, nel senso latino di passaggio a rischio, momento decisivo. In ogni fase ci troviamo di fronte ad un dilemma con doppia possibilità: o si cresce o si rimane nella situazione precedente. Se l’individuo supera la fase con successo, la sua personalità si rafforza e potrà affrontare con maggiore sicurezza quella successiva. Nel caso contrario si realizza uno “strato fragile” che potrebbe in futuro dare problemi alla tenuta dell’intera struttura psichica. Si pensi ad una casa di otto livelli: un piano mal costruito può compromettere la solidità di tutto l’edificio.

- In ogni fase siamo stimolati a realizzare una componente fondamentale della nostra personalità.

- Nel primo anno di vita concretizziamo, secondo Erikson, la cosiddetta fiducia di base: dal modo come siamo accolti, trattati, esauditi, ci convinciamo che il mondo è un luogo piacevole, accogliente, che possiamo fidarci degli altri, oppure no.

- Nel secondo anno ci allontaniamo, per la prima volta, dal corpo materno trovandoci a far fronte al controllo muscolare (sfinteri e deambulazione), alle prime consegne comportamentali (”non fare, non aprire, non sporcare…”). E’ questo il momento in cui, grazie anche agli stimoli o alle ansie eccessive degli educatori, stabiliamo una percezione di sicurezza e di autonomia oppure di dipendenza e di perplessità.

- Fra i tre e i cinque anni, interiorizzando le norme dei genitori e della società, costruiamo il primo abbozzo della nostra coscienza, dimostrando a noi stessi se siamo in grado o meno di rispettare le regole.

- Fra i sette e gli undici anni attraversiamo il momento favorevole per lo sviluppo della manualità: saremo sempre carenti in questa capacità se non la apprendiamo in questa fase.

- L’adolescenza (pubertà-18 anni) pone il problema della definizione di sé. Anche a nostra insaputa, la mente si pone continuamente il quesito: “Che uomo, che donna voglio essere?”.

- Ma l’adolescenza è come un flusso inconsapevole. Solo nella fase della giovinezza (18-25 anni), avviene la verifica sul senso d’identità consolidato nell’adolescenza e molti vanno in crisi proprio in questo periodo che coincide con gli anni universitari. Il dilemma è identità-dispersione d’identità. C’è il giovane che rivela “intimità” con se stesso, accettabile interazione sociale, e c’è quello che fugge dalla vita sociale, rifugiandosi nell’isolamento, mostrando diffidenza e disimpegno.

- Nella fase adulta (25-65 anni) si attua il primo bilancio fra le aspettative adolescenziali e le realizzazioni compiute: l’antinomia consiste nello sperimentare un senso gratificante di creatività e generatività, oppure un sentimento di stagnazione: sensazione di fallimento, chiusura in se stessi, tendenza a soddisfare solo i propri bisogni.

- E c’é l’età senile (dai 65 anni in poi) in cui la mente realizza una valutazione globale sulla significatività dell’esperienza. La persona allora prova una sensazione di unitarietà e compiutezza (”la mia vita ha avuto un senso globale e continuo a sentirmi attivo e creativo”) o un sottile sentimento di disperazione: rifiuto della vita passata, senso di frustrazione di fronte all’impossibilità di ricominciare una nuova esistenza, transfert d’aggressività verso persone ed istituzioni…

- Manuali a parte, nessuno di noi è uguale all’altro e ciascuno ha i suoi ritmi e le sue modalità evolutive. C’è una sola cosa che può dare senso alla vita: la consapevolezza dei compiti da svolgere. Come sostiene Jung, la personalità si definisce come individualità originale solo nel momento in cui il Sé più caratterizzante e profondo riesce a far sintesi di tutti gli altri Sé, unificandoli in un unico Io.

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