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Invecchia solo chi vuole

”La giovinezza non è un periodo della vita ma uno stato dello spirito" (Mac Arthur)

- Lo stereotipo negativo della vecchiaia è una creazione della società produttivistica. Un tempo l’anziano era un riferimento autorevole, custode dell’esperienza generazionale, simbolo dell’unità del gruppo parentale. Nella società complessa, al contrario, smettere di lavorare equivale alla perdita del ruolo. L’individuo restituisce alla società i compiti che prima svolgeva ricavandone un senso d’inutilità, isolamento, chiusura. A volte di rifiuto aggressivo.

- E’proprio nei paesi sviluppati che le persone anziane vivono una stridente contraddizione. I vecchi sono molti e validi ma la posizione che occupano nel sistema sociale è debole e di poco conto. Da una parte, grazie ai risultati della scienza, si vive di più e meglio. Dall’altra, la nostra società sembra non possedere una cultura della longevità. Anziché alla valorizzazione si assiste all’emarginazione degli anziani. L’economia del profitto tende a penalizzare le fasce “non produttive” considerando le persone più per la loro utilità che per se stesse. L’anziano viene ad essere così sia emarginato, sia ricercato. Da una parte, egli è sempre meno integrato nel tessuto familiare e sociale, dall’altra, invece, il suo ruolo diventa sempre più importante per la cura e l’educazione dei nipoti.

- Non si coglie, in tal modo, che la terza età è anzitutto un valore, un’esperienza preziosa per l’individuo, un apporto insostituibile per la società. Come reagire a questa condizione?

- Primo. Accettando la realtà dell’invecchiamento.

Occorre dire a se stessi, con pacatezza, serenità, rispetto: “E’ vero, sto invecchiando. Ma la mia età, generalmente intesa come fase di decadenza, può trasformarsi in un momento significativo, carico di nuova creatività. A patto che non la paragono alle età precedenti, evitando confronti orgogliosi che opprimono lo spirito. Devo accettare la mia età come stagione autonoma ed originale e viverla intensamente, giorno per giorno”. “Dobbiamo rinunciare a desiderare ciò che abbiamo desiderato… – afferma Seneca, scrittore latino – Io faccio in modo che un solo giorno equivalga a tutta la vita… Sono pronto a partire, ma continuerò a godere della vita” .

- Secondo. Ristrutturando lo schema mentale.

Bisogna convincersi che la vecchiaia non è tanto una realtà oggettiva, ma uno stereotipo. S’invecchia nel momento in cui si decide di modificare la propria identità, restituendo i ruoli: “Non si diventa vecchi per aver vissuto un certo numero di anni, si diventa vecchi perché si è abbandonato il nostro ideale. Gli anni invecchiano la pelle, la rinuncia al nostro ideale invecchia l’anima” (Mac Arthur).

- Terzo. Decidendo di continuare a vivere.

I grandi nemici dell’età senile sono l’apatìa, i ricordi nostalgici, la rassegnazione. Occorre mantenere l’efficienza fisica e mentale, lottare contro l’inerzia e la pesantezza senile, coltivare interessi e relazioni di vario genere, utilizzare in modo programmato il tempo libero, coinvolgersi nelle attività di volontariato… E soprattutto, evitare di restituire i ruoli. Questo significa continuare a spendersi per i valori che hanno dato senso a tutto l’arco di vita. Proporsi come modelli persone che sono arrivate alla fine continuando a svolgere il compito che meglio coincideva con il loro strato profondo: Montanelli, Rita Montalcini, Giovanni Paolo, Biagi, Sordi… Vivere fino all’ultimo giorno. La morte, quando arriverà, dovrà trovarci al lavoro.

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