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Quando la società si trasforma

"Il nostro scopo nel fondare lo stato non è il rendere felice un unico tipo di cittadini ma lo stato nella sua totalità" (Platone)

Il modo di guardarsi della gente per strada è un rivelatore immediato del tipo di società in cui ci troviamo.

Nelle piccole città la gente si osserva ancora con uno sguardo prolungato e complice, che scruta e si lascia scrutare. Che negozia talvolta, col semplice uso del dialetto, una relazione più calda e personale.

Già passando ad una città più grande ed articolata, si nota uno sguardo meno coinvolto.

Nelle piccole città della provincia italiana viviamo oggi in una situazione intermedia, di passaggio, sospesi a metà tra il vecchio ed il nuovo.

Non si può parlare più di “società semplice”, basata su una forte omogeneità culturale, su relazioni calde e continue, su un accentuato controllo reciproco in nome dell’unico sistema valoriale.

Ma non siamo ancora arrivati ai rapporti freddi e tecnici, all’assenza di curiosità e controllo interpersonale, all’indifferenza che contraddistingue le relazioni delle grandi aree urbane.

In una piccola città ancora sembrano predominare i rapporti “faccia a faccia”. La gente comunica per strada, nei negozi, sui pianerottoli condominiali. Sa molte cose degli altri.

Anche se la relazione non coinvolge tutta la vita dell’altro, come nei piccoli paesi, non è ancora limitata ai soli aspetti specifici.

Il tabaccaio, il droghiere, il fruttivendolo, il barman non hanno ancora con i loro clienti il rapporto freddo ed impersonale della società complessa.

Ma il quadro sociale è in rapida trasformazione e tutto lascia prevedere che nel giro di pochi anni i rapporti diverranno sempre più freddi, discontinui, limitati alle competenze di ruolo e di lavoro.

Ciò che guadagniamo nel passaggio alla società complessa è più di ciò che perdiamo?

Limitiamoci ad ipotizzare qualcosa di vantaggioso nella civiltà complessa.

Le norme sociali avranno sempre più il carattere della trascendenza (saranno percepite al di sopra di tutti) e sempre meno quello della negoziazione diretta attraverso la relazione. Chi svolge una funzione pubblica sarà meno condizionato dalle conoscenze dirette. Forse diminuiranno i furbi che eludono le file negli uffici.

Con il prevalere dei rapporti impersonali, non vedremo più, ad esempio, la cassiera del supermarket dilungarsi con un cliente di sua conoscenza, fingendo d’ignorare la lunga e paziente fila di gente che attende.

E la fila non sarà forse più tanto paziente perché si sarà maggiormente acquisito un concetto proprio della società complessa: che la vita privata non va mescolata con quella pubblica.

Forse diminuirà l’arroganza di chi esercita un ufficio. Non si sentirà padrone della funzione a cui è preposto ma erogatore di un servizio. Non continuerà a parlare d’altro con la collega in presenza del cittadino utente.

E allora, è da preferire la società semplice, calda, curiosa, condizionante, o la società complessa, individualistica e fredda?

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