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La morte della permanenza

"Il tempo è misura delle cose, secondo un prima e un dopo" (S. Tommaso)

Già Agostino aveva intuito che il tempo non è una realtà oggettiva ma uno schema interiore, una “extensio animi”, un’esperienza della mente che si rapporta alle cose.

Il tempo non esiste nella realtà ma solo dentro di noi, come interiorizzazione della relazione fra l’Io ed il vissuto.

Se nella stessa successione di istanti vivo situazioni molteplici ed intense, realizzo una percezione accelerata del tempo. Viceversa esso mi sembrerà scorrere lento e monotono.

Nella società semplice, dove poche cose accadono, il tempo appare immobile. La permanenza delle cose non è solo una sensazione ma un valore.

In tale società, affinché le cose sembrino importanti devono apparire perenni, intramontabili.

Come criterio di riferimento si invoca la tradizione, il parere dei saggi, ciò che si é sempre creduto e fatto.

Le istituzioni umane (genitori, norme, autorità civili e religiose…) sono percepite come riflesso di un ordine immutabile. E’ l’ideale della permanenza.

Ma nella società attuale, ove la rincorsa agli impegni è frenetica, la percezione del tempo è accelerata fino alla perdita di senso dell’esperienza.

Ne consegue un nuovo codice valoriale.

La realtà non vale se è immutabile ma se è temporanea. Una cosa è appetibile se può essere acquistata, goduta e gettata velocemente. Non c’è nulla di stabile e definitivo.

E’ la società dell’”usa e getta”. La cultura della transitorietà.

Tutto viene consumato e sostituito in fretta.

Alvin Toffler, nel libro Lo choc del futuro, parla di alterazione del senso del tempo. Quando la percezione del tempo accelera eccessivamente, subentra l’irrilevanza, l’insignificanza dell’esperienza: nulla è più veramente importante.

In passato la visione di un film rimaneva nella memoria come esperienza indelebile e significativa. Oggi, invece, dal momento che posso assistere, in una sera, a più di un film, ne ricavo una sensazione di routine, di abitudine.

Ma l’alterazione del senso del tempo non produce solo conseguenze negative. Essa è carica di inebrianti possibilità favorevoli.

Quasi tutti gl’individui del passato sono imprigionati in ruoli lavorativi fissi, in stili di vita rigidi, che loro non hanno scelto e dai quali non hanno speranza di fuggire.
Invece l’uomo contemporaneo è di fronte ad una serie ampia di possibilità. Un’esplosione libertaria mai conosciuta nella storia umana.

Se nella sua prima fase, la tecnologia, come denuncia Marx, riduce l’uomo alla serialità ed alla ripetitività, nella seconda fase, invece, esalta le nostre possibilità.

Da qui però l’angoscia. Essa nasce, direbbe Kierkegaard, proprio dalle infinite possibilità di scelta. Come angosciosa “possibilità di potere”.

Se devo scegliere fra molte opportunità appetibili, ecco il disorientamento, il conflitto.

Anche perché, optando, non scelgo solamente qualcosa ma me stesso.

Posso realizzarmi come distruggermi.

Toffler chiama tale iperstimolazione decisionale choc del futuro.

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