Questo sito contribuisce alla audience di

Il ruolo del malato

"Solo i malati si sentono esistere" (Maine de Biran)

Esiste lo status del malato così come esiste lo status di medico, d’insegnante, di genitore o di figlio.

E’ stato un sociologo americano, Talcott Parsons, all’inizio degli anni ‘50, col suo noto studio sul ruolo del medico e del paziente, ad attirare l’attenzione su una realtà rimasta fino ad allora inavvertita: lo status del malato.

Per Parsons, quella del malato non è una situazione soggettiva ma un vero status sociale da intendere come posizione riconosciuta di un individuo nel proprio gruppo.

Non appena un individuo si ammala, gli altri cominciano a trattarlo come si trattano i malati ed egli stesso comincia a considerarsi tale, cioè ad essere un “paziente” (dal latino patior, uno che soffre o che sopporta).

Nel caso di malattie gravi o di ospedalizzazione lo status del malato può comportare una rottura profonda col passato e con l’esperienza quotidiana abituale e richiedere sia una ridefinizione della propria personalità che una risocializzazione: la persona deve abbandonare in tutto o in parte le vecchie competenze sociali per darsene di nuove.

Parsons ha individuato due tratti fondamentali dello status del malato.

Primo: l’esonero dagli impegni.

Secondo: la dipendenza dalla struttura sanitaria.

L’esonero. La condizione del malato è una specie di sospensione dell’impegno sociale che dura finché dura la malattia. Chi è malato è dispensato dal lavoro o dallo studio.

Ma, attenzione, l’esonerò non è una concessione, è un’imposizione, un obbligo. Esso ha carattere ambivalente in quanto presenta risvolti positivi e negativi.

Da una parte offre al paziente un’area protetta che gli assicura il vantaggio di sottrarsi allo stress della vita quotidiana e di godere d’indulgenza e comprensione, dall’altra, invece, l’imposizione dell’esonero determina l’esclusione dalla vita sociale e dai vantaggi ad essa collegati e genera una posizione d’inferiorità rispetto a chi sta bene.

Il malato diviene a tutti gli effetti un emarginato.
Gl’interessi, gl’impegni, le abitudini, i ritmi precedenti vengono abbandonati per entrare nella routine della vita del paziente ospedaliero.

Lo sradicamento dalla vita quotidiana conduce il malato ad un ripiegamento su se stesso e ad un’attenzione autofocalizzata che, tra le varie conseguenze, produce la tendenza ad esagerare la portata delle sensazioni momentanee e a formarsi idee pessimistiche e distorte sul proprio conto.

E allora? E’ dimostrato che un malato che non sia psicologicamente fragile non va protetto ma immerso nell’esperienza e tenuto in un flusso vivace di comunicazione.

La dipendenza. Il paziente è uno che si consegna al medico, almeno per tutto ciò che riguarda la sua malattia, rassegnandosi all’idea che la guarigione non dipende dalla propria volontà e dai propri sforzi, ma dall’aiuto degli altri, in particolare dei medici.

La dipendenza presenta una serie di aspetti positivi ma soprattutto negativi.

Comporta, innanzitutto, il grosso vantaggio di creare degli intermediari tra il paziente e la malattia.

Il paziente non deve controllare da sé l’ansia che gli procura il fatto d’esser malato, ma può rimettere il problema a chi lo cura, fidandosi delle sue dichiarazioni.

L’altra faccia della dipendenza è lo stato di limitazione della libertà, di soggezione, inferiorità e a volte impotenza in cui finisce il paziente.

E’ evidente per qualsiasi osservatore distaccato che negli ospedali c’è una netta separazione tra personale e ricoverati basata su un divario di libertà e potere.

I sanitari, ad esempio, si spostano liberamente, mentre i ricoverati hanno uno spazio assegnato dove stare.

Il tempo come lo spazio è gestito dal personale. Le decisioni, non solo quelle strettamente sanitarie, sono prese senza coinvolgere i pazienti.

Come si è pervenuti a questo? La medicina moderna si è sviluppata, con la rivoluzione scientifica, sul presupposto dell’isolabilità dell’oggetto scientifico e della dissociazione malattia-vita.

Nella società agricola, il malato, anche se esonerato dai lavori pesanti dei campi, continuava ad essere inserito nel contesto familiare ed a svolgere i lavori che gli erano congeniali.

E’ con la società industriale che avviene la prima dissociazione tra malato ed ambiente produttivo: il malato non va in fabbrica ma resta a casa.

L’ospedale porta all’estremo il principio della istituzionalizzazione del malato, cioè del suo sradicamento dal quotidiano.

Senza dubbio, senza l’isolamento della malattia, non sarebbe stato possibile sviluppare una medicina moderna.

Ma una volta staccata la malattia dal resto della vita, si sono creati i presupposti per quella concentrazione di interesse sul male, anziché sul malato, che rappresenta uno dei limiti principali della medicina moderna.

Commenti dei lettori

(Inserisci un commento - Nascondi commenti anonimi)
  • Silvia Toninelli

    29 Nov 2008 - 15:38 - #1
    0 punti
    Up Down

    Vorrei sapere in che opera sono esposte queste teorie (mi serve per una ricerca). Grazie

Le categorie della guida

Ultimi interventi

Vedi tutti