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Ascolta la tua collera

"Ascolta la tua collera. Ha tanto da insegnarti" (M. Borrel, psicologa)

L’ira può nascere da tante cose. Da sentimenti d’impotenza e di frustrazione, dalla dignità umiliata, dall’orgoglio ferito, da ingiustizia subita, da accumulo di dispiaceri, dall’angoscia di essere trascurati nella considerazione…

E spesso dal sospetto. Alimentato dalla gelosia, sostenuto da una visione deformante ed ansiosa. La collera ha sempre una causa, afferma Franklin, ma quasi mai è giusta.

Dobbiamo combattere la collera. Per il danno che ci procura. E le conseguenze della collera, osserva Marco Aurelio, sono molto più gravi delle sue cause. Prima di tutto la cattiva immagine che diffonde di noi.

La collera rivela la nostra parte nascosta, fa conoscere agli altri l’identità negativa che ci portiamo dentro. “Osserva gli altri quando sono in collera – afferma Lozohar – dato che è allora che si rivela la loro vera natura”.

Alterazione dei tratti somatici, penosa caduta nel rimorso e nella depressione, abbassamento d’autostima, dispendio di energie riparatrici, umilianti strategie di riconciliazione… E non solo.

L’ira ci acceca. Interrompe i collegamenti con gli altri e con noi stessi. Nel momento della tempesta emotiva, non ci rendiamo più conto di ciò che diciamo e facciamo. “La maggior parte delle volte non è la situazione a lasciarci in stato di prostazione ma la collera stessa” (Borrel).

L’attenzione si sposta così dal problema che ha causato l’indignazione al rincrescimento per la stessa.

S’innesca una tipica spirale negativa. Anziché persuadere l’aggressore, noi lo invogliamo all’ostinazione, fornendogli un pretesto. L’altro non ascolta quello che diciamo ma percepisce solo l’aumento del tono di voce e la violenza delle parole.

Spesso si trasforma in vittima, utilizzando tale atteggiamento come scusa per non dare ascolto alle verità che lo disturbano.

Bisogna convincerci che ci conviene entrare nel popolo dei calmi e dei riflessivi.

Di fronte ad una situazione destabilizzante, le possibili reazioni sono tre. Tacere, adirarsi, comunicare razionalmente.

Se stiamo zitti, andiamo incontro alla frustrazione. Se urliamo, l’interlocutore stacca la spina, procuriamo malessere agli altri e a noi stessi.

Non resta che cercare di manifestare ordinatamente e pacatamente la propria opinione. E’ molto più efficace e meno estenuante. Ma è tuttaltro che facile. Spesso la vita è troppo corta per riuscirci.

Ecco allora qualche consiglio per ridurre la portata rovinosa di quei piccoli cataclismi dell’animo.

Prendiamo innanzitutto coscienza che la collera ricorrente denuncia un problema nella vita emotiva. In genere c’è sempre un fattore comune a tutte le esplosioni di rabbia. A noi scoprirlo.

Occorre inoltre comprendere che la collera è un sentimento secondario. Deriva sempre da un’altra emozione, considerata primaria.

Dopo ogni episodio di collera dovremmo esercitarci a risalire la catena delle cause. Chiederci perché ci siamo alterati… perché quella cosa ci ha ferito… che cosa ci preoccupava… che cosa volevamo… Noteremo che spesso la causa prima è il desiderio di considerazione sociale, aspirazione che ci accomuna a tutti gli altri.

Ad esempio, quale sarà il vero motivo per cui un insegnante si adira con uno studente? Quello apparente è che lo studente non riesce a capire un concetto di matematica. Ma il sentimento primario potremmo cercarlo nella frustrazione del professore per non essere riuscito ad esprimersi con chiarezza.

Altro esempio. Un padre va in escandescenze ogni volta che la figlia rientra tardi la notte e adduce come motivo l’apprensione per le compagnie poco affidabili che ella frequenta. Poi, ad un’analisi introspettiva, il genitore ammette che l’emozione primaria è la gelosia per la perdita della centralità nei sentimenti della figlia.

Quando ci accorgiamo che la marea emotiva sta montando, è il momento di attivare le difese. Inspiriamo profondamente, rilassiamo i muscoli del petto, abbassiamo il tono della voce, imponiamoci delle pause nel ritmo comunicativo.

Chiediamoci perché ci sentiamo in collera. Già questo può fungere da espediente per dirottare altrove le nostre energie.
Anziché riferirci al problema in questione, partiamo dal nostro stato d’animo, verbalizzando i timori e le ansie. Possiamo anche avvertire i nostri interlocutori che la situazione esaminata ci rende nervosi ma come se si trattasse di un problema nostro.

Se poi riusciamo a … ridere, allora abbiamo vinto. Nulla è più efficace dell’umorismo, sdrammatizzante e privo di acredine, consapevole dei limiti propri ed altrui. E’ segno di grande maturità.

Per una terapia di lungo termine possiamo ricorrere invece a simulazioni mentali.

Visualizziamo una situazione tipica in cui ci lasciamo travolgere dall’irritazione.

Ora riscriviamo il copione. Visualizziamo la stessa situazione modificandola con comportamenti corretti.
Soffermiamoci sugli atteggiamenti rettificati facendone un modello mentale da tramutare in azione.

Ed infine. Tanta pazienza verso di noi. Nelle ricadute (infinite, inevitabili) consideriamo che siamo molte altre cose oltre questo difetto. E ridiamoci addosso di cuore.

E’ forse la cura migliore.

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