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L'uccello fuggito dalla gabbia.

Mi ha scritto una maestra chiedendomi in che modo parlare della morte di persone care a dei bambini... Voi condividete la mia risposta. In che altro modo rispondereste?

In che modo parlare della morte di una persona cara ad un bambino?

Bisogna innanzi tutto tener presente che egli non concepisce astrazioni come l’anima. E che non riesce a separare la persona in due composti: il corpo nella bara e l’anima in Cielo. Per cui talvolta domanda: “Ma chi c’è nella cassa?”.

Ma, d’altro canto, sono convinto che è impossibile razionalizzare il tema della morte senza ricorrere al criterio del “punto più alto”, cioè all’argomento della vita eterna. Credo che nessuno, e tantomeno un bambino, possa accettare, come risposta alla sua angoscia da separazione, il binomio vita-morte: si nasce, dunque si muore.

Se si fa riferimento all’assoluto, occorre, però, preferire il linguaggio delle immagini, l’unico che il bambino comprenda.

Servirci di metafore che mettano a fuoco concetti come quelli di presenza, di vicinanza. Chi muore c’è ancora, anche se non può essere visto. Come quando qualcuno va avanti per la strada e rimane nascosto dietro una curva. Oppure, come accade la notte, quando papà e mamma dormono in un’altra camera. Il bambino non li vede, ma li sente vicini.

Altro ambito semantico sui cui insistere riguarda la finalità dell’esperienza vitale. Siamo sulla terra per formarci, come il bambino nel seno materno. Quando egli è pronto per il mondo, allora nasce. Così noi, al momento giusto per ciascuno, passiamo ad un’altra vita. Come i frutti dell’albero che il contadino coglie man mano che sono maturi. O come persone in cammino verso casa. Chi arriva prima aspetta gli altri.

Il terzo ambito da sviluppare è quello del concetto di libertà e d’infinito. La vita ci offre esperienze interessanti, meravigliose ma anche impegnative, faticose. Tutti, prima o poi, siamo chiamati a riposarci. Come quando ci è tolto un peso dalla spalla e ci sediamo all’ombra di un albero. Proviamo a chiedere ad un uccello se preferisce restare in gabbia o tornare libero. Non ci sono dubbi. Basta aprire lo sportello che esso sfreccia verso il cielo azzurro.

RISCONTRO:

Mio caro Luciano,
originale spiegazione, la tua. Se non altro esce fuori dallo schema angeli-cielo.
Compari la morte al riposo.
Ci chiedi come l’avremmo spiegata noi.
Ho affrontato e ogni tanto affronto il discorso con mia figlia di otto anni: non è facile far comprendere e accettare una verità che la sua e la nostra stessa povera animella fa proprio fatica a digerire.
Io mi sono appellata a Madre Natura, al corso naturale delle cose. Ho fatto l’esempio dei nostri tanti animali che ci sono stati accanto (abitiamo in campagna): quanti ne abbiamo salutati con serenità!
Mi sono aggrappata alla metafora delle stagioni, all’inverno necessario affinché sia poi primavera.
Belle parole, si. Per mascherare un grande disorientamento.
Non ho saputo fare di meglio.
Grazie per lo spunto di riflessione, ti auguro buon resto di grigia giornata.


La Guida risponde:
Mia cara ….
il tuo tipo di spiegazione appartiene al primo livello, quello della rotazione vitale e del binomio vita-morte: Chiunque nasce è in rapporto col morire. Chiunque comincia a vivere, comincia anche a morire. Io credo, però, che nessuno, nel profondo si sè, possa appagarsi a questa razionalizzazione. Nessun uomo, nell’intimo di sè, sostiene anche Freud, è convinto di annullarsi. E’ il cuore stesso dell’uomo, nella sua universalità e nella sua essenza, che reclama la continuità esperienziale. Senza un’apertura all’eternità, a mio parere, non si risolve psicologicamente il problema della morte. Grazie per l’intervento. Luciano.

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