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Fermare il tempo, dilatare l'attimo.

E’ stato detto che lo stress è il sale della vita. Che l’unico modo di dar senso all’esistenza è quello di avere un compito da svolgere. Ma bisogna ammettere che gli estremi, cioè la noia e l’agitazione, producono lo stesso effetto. Che il moto frenetico nel quale viviamo genera aridità ed indifferenza come l’immobilità e l’apatia del depresso. Quanto è diventata intensa la nostra esperienza, frammentata, irrilevante. Siamo tutti soggetti a choc da iperstimolazione: facciamo infinite cose per cui niente ci sembra significativo. E, dopo qualche ora, dimentichiamo tutto. Quartant’anni fa, si vedeva un film e si ricordava per sempre. Ora, ne possiamo vedere anche tre, in una serata, provando raramente vere emozioni. Chissà se l’amnesia dell’uomo contemporaneo non dipenda da questo? Da piattezza e da insignificanza? Dalla inconsapevolezza con cui viviamo?

Noi percepiamo il tempo come successione di momenti. Dovremmo, invece, sostare intensamente nel presente, dilatare l’attimo fino a trasformarlo in contenitore mentale assoluto. Ma non ci sono che alcuni individui capaci di “dilatare l’attimo”. Il bambino – non nevrotico - che si perde nel suo gioco come se fosse l’unica cosa da fare al mondo. L’anziano pacificato che vive un tempo lento, senza impegni e responsabilità. La persona che si concede momenti di armonizzazione “senza compenso”, nel silenzio della sua stanza, nella natura. Due che si parlano con rispetto, simpatia, ascolto profondo. L’uomo che riflette su qualcosa che muove la mente o che la ferma. Colui che si pone, con coraggio e pazienza, di fronte a Dio. Tutti dovremmo, ogni tanto, riuscire a fermarci, a vivere “attimi immobili”, istanti di eternità. Come fa la neve quando fiocca fitta ed ipnotica, annullando i colori, arrestando il traffico. Ha scritto Kipling: “Se saprai dare valore ad ogni istante, tuo sarà il mondo”.

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