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Lo sguardo del bambino.

L’ho scoperto l’altro giorno, incrociando il volto minuto e sveglissimo di una bambina di sei mesi. Uno sguardo fermo, netto. Due occhi pieni di sorriso, d’interesse, di meraviglia. Sono rimasto polarizzato, addirittura turbato. Ho intravisto un altro mondo, fatto di luce e di trasparenza, d’infinito e di candore. E’ stato come entrare in un universo cui la nostra pesantezza fa fatica a credere...

Ed ho compreso che quello sguardo non può essere definito solamente bello. E’ qualcosa di più. E’ sublime. Nel senso etimologico di “sub limen”, oltre la misura. Il bello esprime limite, armonia, proporzione. Ad esempio, un volto dolce, un corpo commisurato, un paesaggio ondulato, una serie di colori ben accordati, una musica armoniosa… Il sublime, invece, riguarda l’eccessivo. Tutto ciò che è assolutamente grande e ci fa avvertire la nostra limitatezza. Ad esempio, un corpo gigantesco, uno sguardo intenso, un volto spigoloso e volitivo, un uragano, il fragore di una cascata, lo schianto di un fulmine su un albero secolare, la maestà di un monte… Nel “bello” il limite è nella cosa, nel “sublime” il limite è nel soggetto. Il bello, produce piacere, non ci mette in imbarazzo, mentre il sublime genera sgomento, vertigine, e non può essere sostenuto a lungo. Ecco, lo sguardo di un bambino è un vero e proprio test. Se riesci a reggerlo, e per tutto il tempo, allora vuol dire che non fai fatica a ritrovare il sentiero dell’integrità originaria, nascosta sotto strati di realismo, aridità, cinismo. In caso contrario, la prova è persa. Ne avvertirai disagio, frustrazione, forse aggressività. Vuol dire che hai smarrito l’Eden e devi riconquistarlo. Aveva ragione l’antico poeta latino, Ovidio: “C’è qualcosa di divino in noi”. Est deus in nobis.

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