Nella composizione di un puzzle, c’è un momento in cui s’intuisce il senso globale dell’immagine.
Così nella vita, intorno ai cinquant’anni, realizziamo un calcolo mentale di durata e di significatività.
Solo allora riusciamo a cogliere il doppio imbuto dell’esistenza.
Il primo, che si va allargando, simboleggia l’età evolutiva.
Quando, di giorno in giorno, aumenta la responsabilità sociale e ci è offerto il mondo tra le mani.
Quando, è come inoltrarsi su una passerella, sotto i riflettori, fra un pubblico che ci applaude.
Quando ci sembra che la vita sia un territorio di conquista senza confini ed abbiamo una percezione indefinita delle possibilità.
Ed il secondo imbuto, opposto al primo, che si va restringendo, allude all’età declinante.
L’età in cui il mondo ci è tolto di mano, un pezzo alla volta.
L’età in cui, a tavola, ogni anno, aumentano i divieti ed anche le pasticche.
L’età in cui, qualche volta, si può avere l’impressione di essere in panchina, ai margini del campo.
Fino alla percezione del piano inclinato, del conto alla rovescia, o, per usare le parole della Bibbia, fino a quando il sole si oscura e si attenua il cinguettio degli uccelli.
Ma qual è, ancora oggi, la superiorità indiscutibile dell’anziano rispetto al giovane? La consapevolezza. Il primo conosce, meglio del secondo, cosa significa vivere. E se non si fa afferrare da conati di giovanilismo, dall’inseguimento goffo e affannoso della giovinezza, l’anziano potrebbe rovesciare l’imbuto. Dedicarsi, con calma, a ciò che, per lui, è importante. Coltivare le relazioni. Aprirsi alla natura, alla cultura, alla spiritualità. Guardare oltre l’orizzonte Ma non né facile.

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