Il titolo potrebbe essere: LA FOLLIA, DEMENZA O PIENEZZA DI COSCIENZA?
In pedagogia, puoi tenere presenti i seguenti due ambiti:
- Hegel: il corretto trattamento della pazzia
- Legge italiana del 1904
- In metodologia, potresti analizzare i metodi clinici con cui nella storia
sono stati curati i folli.
Puoi tenere presente il seguente schema:
La follia nella storia
Nel corso dei millenni è profondamente variato sia il concetto di follia sia
la sua interpretazione.
Nel mondo classico la follia era imprescindibilmente legata alla sfera
sacra: il folle rappresentava la voce del divino, quindi da ascoltare per
interpretarla.[1]
Nel Medioevo, invece, il folle diventò il rappresentante del demonio, perciò
bisognava liberarlo dal male, in qualche modo esorcizzarlo. Si diffuse la
dicotomia spirito-corpo che, nel caso di malattia mentale, impose come primo
atto l’intervento riparatorio sul corpo guasto, e proprio per questo motivo
incapace di far esprimere lo spirito, e nel caso di insuccesso
l’eliminazione fisica del folle.
Un’interpretazione diametralmente opposta si ebbe nel Rinascimento, basti
pensare all’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam; in questa epoca il
folle venne considerato una persona diversa, sia per i valori sia per la sua
filosofia di vita, e quindi andava rispettato, lasciato libero. Questa
corrente di pensiero getterà le basi per la moderna fenomenologia,
sviluppata dal filosofo Husserl, ma anche dallo psichiatria Jaspers che
influenzerà la psichiatria trasformandola in una disciplina di incontro con
l’altro (il folle), per vivere insieme con il malato e comprenderlo. [1]
Se nel Medioevo i folli rischiavano il rogo, ancora alla metà del Settecento
erano detenuti nelle carceri, poiché mancavano le strutture sanitarie
specifiche; proprio in questo periodo, in Francia, in Germania e in
Inghilterra si mise in moto un processo lento che consentirà entro una
cinquantina di anni, grazie alla promulgazione delle prime leggi apposite,
di consegnare i folli ai familiari, o in caso di mancanza, anche inserirli
negli ospedali oppure nei primi istituti specializzati nascenti in
quell’epoca.[2]
Per quanto riguarda l’approccio terapeutico ai malati, solamente verso la
fine del Settecento, il medico chirurgo Jacques René Tenon[3] rivoluzionò la
mentalità medica dell’epoca cercando di imporre il concetto di inviolabilità
della persona umana e di libertà, seppur all’interno della struttura, per il
malato, distinguendo la terapia medica, da quella solamente repressiva di
tipo carcerario in vigore fino a quel momento.[2] Un altro medico francese
di fine Settecento Pierre Jean Georges Cabanis[4] portò avanti il lavoro di
Tenon, progettando il primo regolamento degli istituti per malati di mente:
tra le altre innovazioni, Cabanis, abolì le catene per sostituirle con
corpetti di tela (camicia di forza), introdusse un diario medico informativo
sul malato e sugli effetti delle terapie e soprattutto regolamentò
l’ingresso e l’eventuale fuori uscita del malato per guarigione avvenuta. Le
cronache giudiziarie di quegli anni, per la prima volta, descrissero
l’arresto, per omicidio, di “infermi di mente” da indirizzare nei
manicomi.[2]
In Inghilterra, invece, la gestione dei malati di mente era stata
abitualmente appannaggio dei Quaccheri, e verso la fine del Settecento,
l’ospedale di York venne ristrutturato ed adibito a questo compito. Oltre
all’introduzione della semilibertà vigilata, emersero due aspetti
caratteristici: l’uso dei principi religiosi come metodo di cura e il lavoro
come valore terapeutico.[2]
Nello stesso periodo, invece, in Francia si impose una visione laica nella
gestione dei malati di mente, e grazie all’opera fondamentale del dottor
Philippe Pinel le ideologie democratiche dell’epoca si riversarono sulla
mentalità e sul tipo di controllo da applicare ai folli. Questo fu il
periodo in cui la conoscenza delle malattie mentali acquistò una credibilità
scientifica, e le innovazioni apportate da Pinel esalteranno l’importanza
del rapporto paziente/terapeuta e l’importanza del transfert nela
psicoterapia.
In tempi più recenti, dall’Ottocento in poi, emerse la visione, influenzata
dal Positivismo, del folle come “macchina rotta”, ovverossia lesionata nel
cervello.[1]
Nel NovecentoFreud con la intuizione della guarigione perseguibile tramite
una ricerca interiore ed un rapporto più umano con il terapeuta, con tutta
la architettura della psicanalisi nel suo complesso, e Jung, con la sua
indagine dei contenuti simbolici degli elementi della follia e
l’introduzione degli archetipi per definirla con più chiarezza, mutarono
nuovamente la storia del folle e del significato della follia.
La “follia” in psicoanalisi potrebbe essere definita come una
sovrapposizione della parte istintuale su quella razionale.
Secondo Sigmund Freud il comportamento ordinario non è altro che il
risultato di un continuo processo dialettico tra la parte più selvaggia e
disorganizzata del cervello, l’Es, e quella più pesata e razionale, il
Super-io. Nel momento in cui una delle due parti prevale in maniera
eccessiva sull’altra il comportamento può apparire irrazionale e privo di
logica. Invece la follia, ossia questa eccessiva razionalità o
irrazionalità, ha dinamiche latenti e proprie logiche.
Buon lavoro. Luciano.


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