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Sei unico, speciale!

"Sono pensato, sono amato - scrive Carl Barth, parafrasando una famosa frase di Cartesio - perciò esisto". Il nostro equilibrio mentale si basa su ciò che pensiamo di noi (sentimento d'identità) e su ciò che gli altri pensano di noi (feedbach sociale). Vogliamo essere accolti da un gruppo ma anche sentirci unici, speciali...

Nel Vangelo di Marco si racconta che quando Gesù uscì dal Giordano, dopo essere stato battezzato, i cieli si aprirono e si udì la voce del Padre che diceva:“Tu sei il figlio che amo!”.
Tale affermazione, attraverso il Figlio, è rivolta a tutti e costituisce una dichiarazione d’amore per ogni uomo.
E’ il lieto annuncio del Cristianesimo, è il messaggio che dà senso alla nostra vita. Ogni uomo è un figlio di Dio ed è amato così com’è, nella sua irripetibile individualità, con le sue specifiche qualità.
Beato colui che avverte sopra di sé il cielo aperto e la voce che grida: “Tu sei, per me, unico, speciale!”. Si tratta di un pensiero che riempie di ottimismo, autostima, forza vitale.
Di fronte ad una umanità sempre alla ricerca di appellativi di distinzione basati su ricchezza, potere, nascita, aspetto, competenza, diplomi, appartenenze privilegiate, ciascuno potrebbe esibire il titolo più alto: quello di figlio di Dio.
Non finiremo mai di comprendere la portata rivoluzionaria di questo concetto e le sue conseguenze storiche.
La nostra civiltà possiede due termini di estensione universale: quello di “persona” e quello di “cittadino”. Il primo, persona, definisce un essere intelligente e libero, un universo spirituale che prescinde da ogni determinazione fisica, sociale, razziale.
Quando diciamo di uno: “E’ una persona!”, subito ne deriva che bisogna rispettarlo, mentre immediatamente siamo invitati a salire al secondo piano della mente, dove abitano valori assoluti, sempre validi.
Il secondo termine, cittadino, crea, a sua volta, una soggettività giuridica astratta, trascendente. Posso girare in lungo e largo la nazione cui appartengo, presentarmi in ogni regione e città e godere dei diritti di tutti, dicendo semplicemente: “Sono un cittadino!”.
Eppure, una cosa è certa. Il concetto di cittadino è una proiezione di quello di persona e questo deriva, a sua volta, dall’idea cristiana di “uomo-figlio-di-Dio”.
Ne consegue che se c’è Qualcuno lassù che dice: “Tu sei mio figlio!”, noi possiamo dire a qualcun altro: “Tu sei mio fratello!”.
Ma cosa succede se si offusca la percezione del carattere divino dell’uomo? Succede che facciamo fatica a comprendere che ciascuno (ricco, povero, connazionale, straniero, maschio, femmina, colto, ignorante, sano, deforme…) è una soggettività degna ti rispetto, un valore assoluto. Allora, secoli di civiltà svaniscono nel nulla.
Noi abitiamo le idee, viviamo di esse. Le idee sono più reali delle cose stesse. E le cose, i fatti, - a cui diamo tanta importanza – in realtà, esistono solo come incarnazione di un’idea. Volto di bimba

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