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A due mesi dal terremoto...

Da quella notte, per molti abruzzesi, s’è rotto un equilibrio profondo, si è instaurato un rapporto diverso col mondo. Un’alleanza con l’ambiente, si è spezzata. La terra, simbolo di maternità, è divenuta, ad un tratto, malvagia, omicida. La casa, simbolo di protezione, si è trasformata in trappola, in bara. A distanza di due mesi da quell’indimenticabile notte del sei aprile, c’è qualcosa che trema ancora nella mente. Ed una parte di noi che è morta. Un nucleo di appartenenza che si è fatto buio. Perché, subito dopo l’identità soggettiva, c’è l’appartenenza alla famiglia, al gruppo, alla città, alla nazione. Ce ne vorrà di tempo per ricostruire, pietra su pietra, la città distrutta. Per riempire, nella mente, quel vuoto...


Da quella notte, dobbiamo ammetterlo, noi abruzzesi siamo cambiati.
Da quando dalla terra è salito quel terribile boato, da quando le pareti di casa si sono animate in modo irreale e tutto è sembrato finire.
E non si tratta solo del disastro esterno: una città, tra le più significative d’Italia, pressoché azzerata; migliaia di persone sfollate, nelle tende e sulla costa, private d’un tratto dello scenario, urbano e sociale, che ne ritmava l’esistenza: scuole, conservatorio, passeggio, teatro, chiese, incontri, relazioni…
E non si tratta solo dell’indefinitezza del futuro: quando la gente riavrà una casa; se l’Aquila di domani sarà soltanto una somma di piazze, vie e palazzi, messi insieme senz’anima, una nuova Avezzano, ricostruita geometrica ed amorfa, dopo il terremoto del 1915…
Oppure, se vedremo un’aquila ferita librarsi ancora nel cielo, con piume nuove, ma con la stessa identità. Palpitante proiezione della città di ieri.
Nessuno può prevederlo.
Se passerà troppo tempo, si offuscheranno gli elementi del confronto… Le generazioni che verranno, forse, si affezioneranno a nuovi luoghi… Probabilmente dimenticheranno il tragico esorcismo espresso, nel salmo, dagli ebrei in esilio: “Se mi dimentico di Gerusalemme, si paralizzi la mia destra” .

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