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Scuola. I ritardi italiani

Ho avuto la fortuna di partecipare, in questi giorni, a Lisbona, ad un incontro europeo di professori. Si ponevano a confronto i sistemi scolastici dei diversi paesi e, in particolare, la modalità di formazione dei docenti. Per cinque giorni abbiamo visitato scuole, ascoltato lezioni, incontrato studenti… Ho potuto, così, sviluppare alcune considerazioni...


La scuola italiana, per quanto ricca culturalmente, è tagliata fuori dall’Europa perché non ha ancora potuto realizzare una riforma scolastica che ponga al centro la lingua internazionale, un metodo d’insegnamento interattivo e informatizzato, la controllabilità del sistema d’insegnamento-apprendimento (e quindi degli insegnanti).
Abbiamo educatori motivati e creativi che offrono ancora un prodotto, spesso più che valido, ma ancora artigianale. Siamo legati alla lezione frontale ed estemporanea.
Pochi, da noi, hanno imparato a presentare un argomento attraverso un programma informatico, mediante sequenze essenziali, attivando collegamenti interdisciplinari e l’utilizzo parallelo della lingua inglese.
Paesi meno popolosi e importanti del nostro, al contrario, si sono aperti da tempo a queste novità. Noi sembriamo frenati proprio da quella che costituisce la nostra maggiore risorsa: la tradizione. Abbiamo un reticolo universitario capillare, possediamo il più grande ateneo del mondo (la Sapienza di Roma, con quasi mezzo milione di studenti), nel nostro territorio è ospitato il 65 per cento del patrimonio artistico del pianeta… ma facciamo fatica ad adeguarci agli standard comunitari e siamo poco considerati nei convegni internazionali. Come mai?
Forse perché non riusciamo a conciliare innovazione (futuro) e valorizzazione (passato), centralità della persona (e quindi scuola per tutti, attenzione agli svantaggiati, importanza della relazione) e centralità del sapere (programmazione progressiva e controllo del processo d’apprendimento, funzionalità della scuola alla società in cui si vive).
O forse perché da noi la politica mette un marchio di parte su ogni riforma, rovinando tutto…

Riscontro.
“Dissento su alcuni rilievi mossi alla scuola italiana, in particolar modo sul ‘freno’ che la tradizione (ovvero la sua maggior risorsa) rappresenterebbe.
Innanzitutto, la distinzione tra sapere e saper fare, tra la teoria e la “tecne” è più gentiliana (e tradizionale) di quanto si possa pensare. Essa, cioè, affonda le sue radici in quella che è stata sicuramente la più organica delle riforme scolastiche italiane e che ha contrassegnato la struttura dei licei.
L’informatica è uno strumento: in quanto tecnologia deve essere confinata all’uso. Tutte le tecnologie sono qualcosa da usare e consumare. Ma gli stili percettivi e di pensiero si formano con il latino, con il greco, con la matematica, con la filosofia, con l’italiano. Una volta acquisiti, questi stili percettivi e di pensiero vanno applicati a contesti, vanno usati; ed ecco che subentra la tecnologia, l’angolo tecnologico in cui “si applica”.
La tecnologia, nei processi di apprendimento e in quelli di insegnamento, NON può essere matrice costitutiva fondamentale, non deve essere la matrice dei percorsi cognitivi. E’ aberrante il nuovismo; tutta questa voglia di cambiare tutto e subito. Possiamo esperire la cosiddetta “digitalità”, intesa come approccio ai sistemi tecnologici complessi, anche in liceo classico strutturato alla maniera di Gentile.
Per far risalire in alto le quotazioni della scuola italiana dobbiamo recuperare la PROFESSIONALITA’ del docente a tutti i livelli, a partire da quello economico (con il raddoppio degli attuali stipendi… mera utopia finché la politica ci considera dei mestieranti, lavoratori part-time, fannulloni, burocrati, impiegati, spesa da tagliare e non risorsa su cui investire).
Esempio. La Dirigente del mio polo liceale, giorni fa, sulla base di premesse che ricalcano più o meno quelle di L.Verdone, ha proposto l’utilizzo della piattaforma MOUDLE (Modular Object-Oriented Dynamic Learning Environment) per l’insegnamento del Latino e della Matematica. Trattasi di un metodo didattico interattivo e informatizzato, grazie al quale la lezione è presentata con “reticoli”, “nodi” e quant’altro attiene alla didattica modulare trans-disciplinare.
Bene, alla domanda >. Risposta: ovviamente no.
Leggasi: quello è volontariato! Risultato: siamo ancora fermi a Gentile… “

Fulvio Musci

La Guida risponde:
Se l’informatica è uno strumento… usiamola.
E’ vero, prof. Masci. La digitalità è tecnica e come tale resta confinata alla strumentalità. Ma la realtà umana, compreso il pensiero, si concretizza grazie agli strumenti. Se non ho le gambe non posso camminare, se non ho la voce non posso parlare, se non parlo inglese, anche se sono Leonardo da Vinci, in un contesto internazionale, mi sentirò escluso dalla comunicazione.
Sarò come una macchina senza ruote.
Il filosofo Gentile discrimina fra intellettualità e manualità. Ma anche lei, riducendo l’informatica a semplice strumento, mi pare che cade nello stesso spirito di gerarchizzazione fra strumenti nobili (latino, greco, filosofia…) e strumenti umili (linguaggio informatico). Dimenticando che ogni mediazione strumentale possiede un suo modo, una sua anima specifica.
Scrivere un intervento a penna è molto diverso che scriverlo col computer. Nel secondo caso, posso cambiare all’infinito, compiere un montaggio ottimizzato dei periodi, riflettere sui sinonimi. L’informatica, se ben usata, può esaltare la logica, superare l’inutile ridondanza didattica.
Sono d’accordo. Una lezione in power point può sembrare meno creativa e geniale ma educa al senso dell’essenzialità strutturale, dei collegamenti ipertestuali.
In fondo, lo ammette anche lei quando afferma che l’informatica è solo uno strumento. Proprio perché tale, può essere abbinato con ogni contenuto: latino, filosofia, attualità…
Niente nuovismo, allora. Ma neanche chiusura aristocratica e pregiudiziale verso il nuovo.
Luciano Verdone

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