
Nel percorso genialità e follia per gli esami di maturità vorrei sapere come introdurre li discorso generale sulla follia e in particolare sulla follia di Nietzsche.
RISPOSTA.
Ti mando, qui di seguito, due schede: una generale sulla follia e l’altra sulla follia di Nietzsche. Buon lavoro. Luciano.
1. La follia nella storia
Nel corso dei millenni è profondamente variato sia il concetto di follia sia la sua interpretazione. Nel mondo classico la follia era imprescindibilmente legata alla sfera sacra: il folle rappresentava la voce del divino, quindi da ascoltare per interpretarla.[1] Nel Medioevo, invece, il folle diventò il rappresentante del demonio, perciò bisognava liberarlo dal male, in qualche modo esorcizzarlo. Si diffuse la dicotomia spirito-corpo che, nel caso di malattia mentale, impose come primo atto l’intervento riparatorio sul corpo guasto, e proprio per questo motivo incapace di far esprimere lo spirito, e nel caso di insuccesso l’eliminazione fisica del folle. Un’interpretazione diametralmente opposta si ebbe nel Rinascimento, basti pensare all’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam; in questa epoca il folle venne considerato una persona diversa, sia per i valori sia per la sua filosofia di vita, e quindi andava rispettato, lasciato libero. Questa corrente di pensiero getterà le basi per la moderna fenomenologia, sviluppata dal filosofo Husserl, ma anche dallo psichiatria Jaspers che influenzerà la psichiatria trasformandola in una disciplina di incontro con l’altro (il folle), per vivere insieme con il malato e comprenderlo. [1]Se nel Medioevo i folli rischiavano il rogo, ancora alla metà del Settecento erano detenuti nelle carceri, poiché mancavano le strutture sanitarie specifiche; proprio in questo periodo, in Francia, in Germania e in Inghilterra si mise in moto un processo lento che consentirà entro una cinquantina di anni, grazie alla promulgazione delle prime leggi apposite, di consegnare i folli ai familiari, o in caso di mancanza, anche inserirli negli ospedali oppure nei primi istituti specializzati nascenti in quell’epoca.[2]Per quanto riguarda l’approccio terapeutico ai malati, solamente verso la fine del Settecento, il medico chirurgo Jacques René Tenon[3] rivoluzionò la mentalità medica dell’epoca cercando di imporre il concetto di inviolabilità della persona umana e di libertà, seppur all’interno della struttura, per il malato, distinguendo la terapia medica, da quella solamente repressiva di tipo carcerario in vigore fino a quel momento.[2] Un altro medico francese di fine Settecento Pierre Jean Georges Cabanis[4] portò avanti il lavoro di Tenon, progettando il primo regolamento degli istituti per malati di mente: tra le altre innovazioni, Cabanis, abolì le catene per sostituirle con corpetti di tela (camicia di forza), introdusse un diario medico informativo sul malato e sugli effetti delle terapie e soprattutto regolamentò l’ingresso e l’eventuale fuori uscita del malato per guarigione avvenuta. Le cronache giudiziarie di quegli anni, per la prima volta, descrissero l’arresto, per omicidio, di “infermi di mente” da indirizzare nei manicomi.[2]In Inghilterra, invece, la gestione dei malati di mente era stata abitualmente appannaggio dei Quaccheri, e verso la fine del Settecento, l’ospedale di York venne ristrutturato ed adibito a questo compito. Oltre all’introduzione della semilibertà vigilata, emersero due aspetti caratteristici: l’uso dei principi religiosi come metodo di cura e il lavoro come valore terapeutico.[2]Nello stesso periodo, invece, in Francia si impose una visione laica nella gestione dei malati di mente, e grazie all’opera fondamentale del dottor Philippe Pinel le ideologie democratiche dell’epoca si riversarono sulla mentalità e sul tipo di controllo da applicare ai folli. Questo fu il periodo in cui la conoscenza delle malattie mentali acquistò una credibilità scientifica, e le innovazioni apportate da Pinel esalteranno l’importanza del rapporto paziente/terapeuta e l’importanza del transfert nella psicoterapia.In tempi più recenti, dall’Ottocento in poi, emerse la visione, influenzata dal Positivismo, del folle come “macchina rotta”, ovvero lesionata nel cervello.[1]Nel Novecento, Freud con la intuizione della guarigione perseguibile tramite una ricerca interiore ed un rapporto più umano con il terapeuta, con tutta la architettura della psicanalisi nel suo complesso, e Jung, con la sua indagine dei contenuti simbolici degli elementi della follia e l’introduzione degli archetipi per definirla con più chiarezza, mutarono nuovamente la storia del folle e del significato della follia.La “follia” in psicoanalisi potrebbe essere definita come una sovrapposizione della parte istintuale su quella razionale. Secondo Sigmund Freud il comportamento ordinario non è altro che il risultato di un continuo processo dialettico tra la parte più selvaggia e disorganizzata del cervello, l’Es, e quella più pesata e razionale, il Super-io. Nel momento in cui una delle due parti prevale in maniera eccessiva sull’altra il comportamento può apparire irrazionale e privo di logica. Invece la follia, ossia questa eccessiva razionalità o irrazionalità, ha dinamiche latenti e proprie logiche. Riflettere sulla follia vuol dire riflettere sulla nozione di identità, su come percepiamo le cose, su che cos’è la realtà. La follia non è solo disagio o malattia: con le sue categorie, ci provoca e interroga la nostra visione del mondo. Negli ultimi due secoli la medicina, le arti, le scienze umane, la giurisprudenza hanno riconosciuto alla follia un duplice valore: da una parte, essa è l’“altro”, cioè un mondo profondamente diverso da quello dei “sani”; dall’altra, essa rivela qualcosa che è in tutti gli uomini. Tradizionalmente, folle è colui che, per comportamenti e opinioni, si distacca da ciò che la norma definisce accettabile. Qui inizia il problema della definizione della pazzia: nei vari ambiti sociali e nei differenti contesti storici cambiano i parametri che dividono ciò che è normale da quello che è deviante. In generale, fino all’Ottocento la letteratura e l’arte previlegiano la rappresentazione della follia associata a ciò che sfugge al controllo della ragione, soprattutto alla passione amorosa. Nel testo latino proposto, tratto da una tragedia di Seneca, Phaedra, è proprio la passione di un amore, quello di una matrigna per il figliastro, che si scontra coi principi etici, a venir associato alla follia, con uno schema ricorrente nella letteratura sucessiva: l’amore impossibile che porta a uscir di senno diviene topos letterario tra i più utilizzati. Già dunque gli antichi individuarono nell’amore una delle cause della follia, istituendo un legame di lunga durata. La rappresentazione di pazzia amorosa ritorna con il «furioso» più noto della storia letteraria italiana: l’Orlando di Ludovico Ariosto. Il tema viene ancora trattato al giorni nostri ed è centrale in uno dei libri più famosi dello scrittore americano Patrick McGrath, Asylum, che narra di una passionale e folle avventura amorosa entro i confini di un manicomio londinese. La follia assume un significato diverso durante la cultura romantica, che la rappresenta come un eccesso e un’esaltazione che rivela la natura più profonda dell’individuo. Nei romantici, lo spazio riservato alla pazzia amorosa è piuttosto limitato e vengono indivuduati altri due campi in cui la follia trova sfogo: il genio, che permette all’individuo di trascendersi e uscire di sé; le pulsioni profonde dell’anima, sepolte al di sotto della coscienza, in cui la natura umana rivela quanto ha di perturbante. Una manifestazione del legame tra follia e eccesso romantico è dunque il genio, che vede al di là della ragione e della logica comune: si tratta, in qualche modo, di una forma di misticismo. Nasce così il mito dell’artista romantico folle, che si appoggia per di più a biografie reali. Questo mito ha per protagonista Torquato Tasso, grande poeta italiano vittima di un delirio di persecuzione e di crisi allucinatorie. La follia di Tasso è l’eccesso romantico che riconosce al genio poetico una superiore saggezza ma che vede la poesia come un ripiegamento totale su di sé e una perdita del mondo reale per il mondo interiore delle fantasie e delle passioni. Questa è la posizione di Giacomo Leopardi che a Tasso dedica una delle Operette morali, il Dialogo di Torquato Tasso con il suo genio e, per il tema che ci interessa, alcuni passi dello Zibaldone. Tasso è per Leopardi un uomo «vinto dalla sua miseria, soccombente, atterrato, che ha ceduto all’avversità, che soffre continuamente e patisce oltremodo» ( Zibaldone, 4255). Infelicità e follia sono i limiti della grandezza della sua opera: egli precipitando nella follia ha sancito la sua inferiorità di uomo e artista. Lo stesso genio di Tasso, del resto, è un genio che si ritorce contro se stesso: è un eccesso di conoscenza che finisce per sopraffare, un contatto con misteri così alti che finiscono per schiacciare. La follia è dunque il genio che non sa dominare se stesso e che, alla fine, si cancella. Per Leopardi sembra esistere, tra genio e follia, un rapporto strettissimo: almeno il rapporto che c’è tra una cosa e il suo eccesso. l carattere d’eccesso che l’età romantica riconosce alla follia può essere tale da farne un fenomeno perturbante: un fenomeno, cioè, che sconvolge la nostra normale percezione della realtà, evocandoci insieme qualcosa di sinistro e di oscuramente famigliare. La follia rivela così il nostro aspetto oscuro; il fantastico e il soprannaturale dicono qual’è la nostra reale natura. Su questa strada si pone un grande maestro del genere, l’americano Edgar Allan Poe (1809-1849). Roderick, il protagonista di uno dei sui racconti più famosi, Il crollo della casa Usher, è affetto da “una strana forma di terrore”. Le origini di questo stato sono da una parte in una predisposizione ereditaria, dall’altra nell’attesa della morte della sorella Madeline, consumata da una malattia incurabile. Ma in entrambi i casi, ciò che conta è lo sprofondare in una paura primitiva, senza ragioni né confini: la follia rivela un’angoscia esistenziale che popola un mondo di fantasmi sinistramente famigliari. Il terrore di Roderick Usher si collega infatti alla morte della sorella, con cui egli sembra intrattenere un rapporto morboso, e all’estinzione della casata. Nel finale del racconto il terrore prende una forma concreta: lady Madeline, sepolta, riemerge dalla tomba, mentre la casa degli Usher crolla rovinosamente. La follia, insomma, svela un’inquietante compresenza di vita nella morte e morte nella vita. Il legame tra fantastico e follia emerge con chiarezza anche nelle opere di un pittore che è Poe stesso a citare nel Crollo della casa Usher: lo svizzero Füssli. Richiamata direttamente o indirettamente, la follia porta alla luce le forze oscure dell’inconscio. Anche qui il fantastico è la traduzione di angoscie profonde, legate a pulsioni distruttive o alla sessualità, come nella Follia di Kate e soprattutto nell’ Incubo. Perciò la pazzia si lega a figure femminili: la donna non è solo la creatura più fragile di fronte alle passioni, ma anche l’oggetto del desiderio sensuale che si nasconde dietro all’attitudine sentimentale. Il positivismo muta profondamente l’immagine della follia. Se, nella cultura romantica e in quella che da essa deriva, conteneva sempre un elemento di umana verità, ora diventa anzitutto malattia; e per di più malattia difficilmente curabile. Il pazzo va dunque isolato dalla società, che se ne deve difendere. La letteratura, però, non si allinea: pur riconoscendo che la follia è un fenomeno patologico, ne difende i diritti. Oppure, in clima decadentista, rovesci i termini: essa è seducente proprio perchè è malattia. Una svolta decisiva nella storia della follia è segnata dalla nascita della psicoanalisi. I meccanismi del disturbo psichico sono ricondotti a quelli che regolano l’inconscio di ogni uomo. La follia non è più un mondo estraneo, da allontanare: in questo modo si può rivendicare il potere di conoscenza, mettendo in crisi le categorie tradizionali di io e di realtà. Appare dunque un’altra prospettiva: la pazzia è dimensione alternativa a quella della vita «normale», giudicata come impraticabile da molti scrittori del XX secolo. La follia è rifugio rispetto alla sofferenza dell’esistere. Il più noto e significativo esempio è probabilmente quello dell’Enrico IV di Pirandello che, come altri personaggi pirandelliani, sceglie la pazzia per non contaminarsi con la «vita impura». La follia di Enrico IV è dunque legata alla volontà di sfuggire alla vita, e in questo senso la follia svolge un ruolo analogo a quello che la morte svolge in altri autori, richiudendo l’individuo in una forma storica già definita e vissuta. L’alienazione mentale dà quindi tranquillità e fissità che si oppone alla lacerante molteplicità della realtà.
2. La follia in Nietzsche.
Friedrich Nietzsche, nasce a Rocken, in Germania, figlio di un pastore protestante. Studia teologia e filosofia a Bonn e a Lipsia. Giovane studente viene colpito dalla lettura de Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer che rappresenta, anche se in rapporto antitetico, il presupposto di tutto il suo successivo pensiero.
A 24 anni viene chiamato alla cattedra di lingua e letteratura greca all’Università di Basilea. Qui diviene fervente ammiratore ed amico del musicista Wagner, di cui ama, non corrisposto, la moglie Cosima. In seguito rinnega il musicista e lo combatte perchè non ne accetta l’ispirazione romantico-cristiana. S’innamora della giovane alunna finlandese Lou Salomè che però gli preferisce un giovane discepolo di Nietzsche. In futuro, nessun autentico amore segnerà la vita del filosofo.
Minato nella salute e costretto a rinunciare alla cattedra universitaria, irrequieto e nervoso, passa il resto della vita tra la Svizzera e l’Italia settentrionale, soprattutto a Torino che considera la “sua” città. Intanto, pubblica, a proprie spese, le sue opere, a carattere aforistico ed asistematico (“pensiero selvaggio” come è stato definito), non sempre di facile interpretazione. Ma durante la vita dell’autore esse non sortiscono successo e rimangono pressochè sconosciute.
Una fastidiosa emicrania, degenerata in pazzia, segna gli ultimi anni della sua vita con accessi demenziali inconsapevoli come quando, nel febbraio del 1889, a Torino, si getta al collo di un cavallo maltrattato dal padrone. Sopravvive un decennio in varie cliniche, poi con la madre e, morta questa, con la sorella Elisabeth. La sua fama inizia proprio quando egli, chiuso nella pazzia, non può rendersene conto. Abbandonato dagli amici, cui era molto affezionato, a motivo della non condivisione delle sue idee, muore a soli 56 anni. I suoi libri erano ormai diffusi dappertutto.
La sorella Elisabeth, impadronitasi degli inediti del fratello, ne manipola i testi, pubblicando nel 1906, Volontà di potenza, in cui il filosofo viene forzatamente presentato come un riformatore reazionario che sarà poi gradito alla lettura nazista. Solo nel secondo dopoguerra viene attuata una profonda revisione critica del pensiero di Nietzsche.
Per molto tempo la filosofia di Nietzsche è stata screditata a motivo della sua infermità mentale. Si riteneva, infatti, o che il suo pensiero fosse conseguenza della sua malattia o, al contrario, che la malattia mentale fosse il risultato del suo pensiero (Abbagnano). Oggi si è invece del parere che la filosofia di Nietzsche vada giudicata per se stessa. Si dà ragione, in tal modo, a quanto lo stesso Nietzsche ha scritto, che cioè proprio la solitudine e la sofferenza gli avrebbero permesso una straordinaria lucidità critica.
Negli ultimi anni si è cosi verificata una vera e proria Nietzsche-Renaissance che ha fatto di lui uno dei filosofi più letti e studiati.
Opere: “La nascita della tragedia”(1872); “Umano, troppo umano” (1878); “La gaia scienza”(1882); “Così parlò Zarathustra” (1891); “Al di là del bene e del male” (1885); “La genealogia della morale” (1887); “Il crepuscolo degli idoli”(1888);”Ecce homo” (1888).
(da Luciano Verdone, Schede strutturate di filosofia contemporanea, Andromeda).

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