La crudeltà

"L'uomo è l'unico animale che riesce a compiere crudeltà per puro gioco" (Mark Twain).


Gentile prof.
sono una ragazza del 5 anno del Liceo Psico-Pedagogico.
Vorrei presentare un percorso per gli esami di stato sulla crudeltà.
Può darmi dei consigli?
Grazie in anticipo.

Risposta

Ti consiglio il seguente schema:

- Italiano, Primo Levi, “Se questo è un uomo”.
- Storia, Le crudeltà naziste (Josef Mengele).
- Latino, il Seneca delle tragedie.
- Storia dell’Arte, John Heartfield e l’ascesa del Nazionalsocialismo.
- Filosofia, Freud, Eros e Thanatos (vedi scheda qui sotto).
- Psicologia, Adorno ed i comportamenti violenti (la sindrome di Adorno, vedi scheda qui sotto).
- Pedagogia, I modelli educativi.
Buon lavoro,
Luciano.

Prima schedada Luciano Verdone, Emergenza educativa, Paoline, Milano 2009.
Cosa accade nella mente del violento?

L’identificazione aggressiva.
La storia del nostro tempo è piena di momentanee eclissi di razionalità e di successivi risvegli, caratterizzati da rituali domande: “Perché è successo?”.
Primo Levi, raccontando la sua tragica esperienza di prigioniero ad Auschwitz, ha scritto: “Siamo stati testimoni di un evento fondamentale ed inaspettato. E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo”.
Ma cosa conduce gli uomini a queste primordiali esplosioni distruttive, ad inquietanti parentesi di sonno della ragione?
Perchè di fronte al debole, in qualcuno aumentano i sentimenti di comprensione e protezione, finanche di tenerezza, mentre in altri scatta la crudeltà? Perchè c’è chi gode nel far soffrire lo svantaggiato, il perdente?
Un esempio banale ma significativo che può fungere da test.
Guardando le immagini televisive che mostrano una tigre mentre cerca in ogni modo di raggiungere un’antilope, alcuni s’immedesimano con la tigre, cioè compiono, per usare il linguaggio freudiano, un’ ”identificazione con l’aggressore”, mentre altri parteggiano, con tutto il cuore, per la vittima, augurandosi che riesca a salvarsi. Come mai?
A tale interrogativo, nel primo dopoguerra, dinanzi all’infamia dei lager e dei gulag, ha dato una risposta scientifica Theodor Adorno, nel libro La personalità autoritaria .
In sostanza, la sua tesi è la seguente. Di fronte al debole, in tutti scatta, più o meno, un atteggiamento ambivalente. O crescere in umanità, compiere un salto morale, identificarci con lui, prendere su di noi la situazione di svantaggio. Oppure, realizzare una proiezione negativa, scaricare sullo svantaggiato l’avversione che proviamo per la nostra parte perdente, per le frustrazioni subite nel passato a causa di umilianti fallimenti interiori e sociali.
Bisogna dunque prendere coscienza di questo congegno psichico per disinnescarlo, dirigendo le energie. Sostituire al meccanismo della proiezione, che consiste nell’attribuire agli altri i nostri aspetti negativi, quello della sublimazione: dirottare le energie mentali su mete accettabili ideali.
Se i nostri sentimenti d’inadeguatezza non sono elaborati e vissuti come risorsa, se non è forte in noi il valore della dignità umana, in questo caso può trionfare la tentazione di fare del debole una vittima, un capro espiatorio.

Non svegliamo il mostro.
Ormai non meraviglia più nessuno costatare che la dimensione affettivo-sessuale dell’uomo affonda le radici nel mistero dell’ambivalenza fra sentimenti di amore e di odio.
Come mai il bambino che ha costruito con tanto impegno una cittadella di sabbia, sulla riva del mare, adesso prova un piacere sottile nel poterla distruggere? Come mai la stessa persona che ha appena detto “Ti amo”, gode, subito dopo, di far soffrire il suo amato? Come mai, dopo aver tessuto, con pazienza e tatto, la relazione amicale con una persona che ci attraeva, adesso proviamo un gusto quasi perverso nel deprezzarla in modo globale, evidenziando, con un flusso verbale incontrollato, tutto il negativo possibile? Perché, qualche volta ci accaniamo, con sadismo, a demolire i sogni ed i progetti altrui? E perché, dopo aver costruito, pietra su pietra, l’edificio della vita, siamo presi, ad un tratto, da un’oscura voluttà di autodistruzione (il “cupio dissolvi”)?
E’ come se dentro di noi, vita e morte, energie costruttive e distruttive, si fronteggiassero in un incessante duello.
Già Empedocle di Agrigento, un filosofo vissuto nel quinto secolo a. C, fece riferimento a due forze opposte presenti nell’universo: l’Amore che tende ad unire gli elementi del cosmo e la Contesa o Odio che tende a disunirli. “Queste due cose – scrive il pensatore greco - sono eguali ed egualmente originarie. Ciascuna ha il suo pregio e il suo carattere e a vicenda predominano nel volgere del tempo”.
Ma è stato Freud, nella nostra epoca, ad affermare che, nel cuore umano, convivono, in modo conflittuale, due forze antitetiche: l’Amore e l’Aggressività. La prima è aspirazione al piacere (libìdo), spinta alla fusione (Eros), ma anche istinto di vita, principio costruttivo, tensione all’unità. La seconda è componente ferina e distruttiva, disarmonia, istinto di morte (Thanatos).
“In realtà, in tutte le manifestazioni istintuali, sia normali che patologiche, – nota Adriana Lis, docente di Psicologia clinica – le due forme di energia operano insieme, sono cioè fuse, anche se in misura diversa: non esiste atto d’amore che non fornisca contemporaneamente il mezzo inconscio per la scarica della pulsione aggressiva, così come anche il più puro atto di crudeltà fornisce una qualche forma di gratificazione sessuale (libidica) inconscia” .
Assistiamo, fin dal primo anno di vita, allorché il bambino è allattato al seno materno, ad una singolare ambivalenza. La maggior parte dei bambini, notano gli psicologi, succhia e morde allo stesso tempo: la dolcezza non è mai, o quasi mai, disgiunta da una certa aggressività. L’istinto a possedere l’oggetto (il seno che costituisce, per il bambino del primo anno, l’intero universo) e quello di distruggerlo, nota Karl Abraham, si fondono, sono indistinguibili.
Gli studi di Melanie Klein, seguace di Freud, mostrano che, fin dalla nascita, s’instaura nel bambino un conflitto tra pulsione di vita e pulsione di morte. L’angoscia provocata dalla pulsione di morte viene in parte proiettata sull’oggetto esterno privilegiato, il seno materno, per il quale si provano sentimenti positivi e negativi. Per il bambino, esiste un “seno buono”, quello che nutre e soddisfa prontamente, ed un “seno cattivo”, quello che fa attendere e fa provare il morso della fame. Ne deriva che, secondo la Klein, il seno non è solo oggetto di desiderio ma qualcosa che deve essere distrutto per fare in modo che non susciti più desideri ed angosce.
L’ambivalenza possesso-distruzione, naturale e spontanea nel bambino, perviene ad un livello di conflittualità cosciente negli adulti. Per loro è difficile controllare emozioni in cui sono compresenti amore ed odio, come, ad esempio, una scena di sesso violento. Questo, perché ci si trova di fronte alla confusione tra entità antitetiche che una persona matura, eticamente consapevole, sente il bisogno di distinguere e di padroneggiare: il sesso che, per sua natura, è simbiosi, appartenenza, contenimento, tenerezza, protezione… e la violenza, la quale è coseificazione, depersonalizzazione, distruzione…
Questa mescolanza ci ripugna perchè attinge agli abissi dell’inconscio, alla caverna sigillata dei desideri proibiti, a sentimenti di ferocia e distruzione, inaccettabili dalla coscienza e dalla società.
Prendiamo a caso il titolo da un quotidiano: “Stupra una prostituta e poi le chiede trenta euro come compenso”. E’ il classico esempio di mistura ambivalente di sesso e violenza. Una notizia del genere, anche per un soggetto maturo, ha un effetto nevrotizzante perché riattiva una “scissione dell’Io”, un conflitto vissuto a livello inconscio tra sfera normativa e sfera pulsionale, tra sessualità come sentimento di tenerezza e di dono (energia oblativa) e sessualità come istinto di dominio dell’oggetto desiderato (energia captativa). E anche quando l’ondata mediatica sembra controllabile, l’Io deve subire fastidiosi strascichi di riarmonizzazione.
Se, invece, la miscela amore-aggressività raggiunge la psiche di un adolescente dall’emotività fluida e disorientata, allora potranno verificarsi fantasie coattive, fissazioni ed alterazioni del sentimento affettivo-sessuale.
Perché, allora, i media dovrebbero sovvertire gli equilibri incerti della psiche, facendo un gioco destabilizzante che Freud definì pittorescamente come lo sconvolgimento degli inferi della mente (“Acheronta movevo”) ?
A chi giova scombinare i fondali della psiche, stuzzicando il mostro che vi dorme?
Non all’individuo, se è vero che l’equilibrio psichico deriva dall’armonizzazione tra spinte pulsionali e razionali.
Tantomeno alla società, poiché, stando alla teoria freudiana, essa scaturisce proprio dalla risoluzione del conflitto fra amore ed aggressività ed è possibile solo nella misura in cui gli uomini sostituiscono, alla libertà istintuale e biologica, la libertà morale e giuridica.

Il condizionamento di gruppo.
Una cosa è certa. Il comportamento di un ragazzo nel gruppo è differente da quello che dimostra quando è solo. Il gruppo non è la somma di più individui. E’ qualcosa di diverso, di completamente nuovo. Più è debole l’identità dei singoli, più è forte quella collettiva.
Oggi, in particolare, sembra che i giovani siano incapaci di tirarsi indietro di fronte a comportamenti che la coscienza – individuale e sociale – disapprova. Perché?
Innanzi tutto, c’è il condizionamento di gruppo, la legge del branco che indebolisce o annulla l’identità di chi ne fa parte.
C’è, inoltre, il bisogno di sentirsi accettati, uguali agli altri, il timore di ritorsioni, la funzione negativa dei leader, l’aspirazione a compiere qualcosa di memorabile nell’immaginario del gruppo stesso.
Seguono, tra le cause di tali comportamenti, anche i modelli che i ragazzi assimilano dai media, basati sul feticcio del corpo, l’affermazione aggressiva, l’idea che non si è virili se non si è brutali.
Ma, a questo punto, va aggiunto qualcosa di decisivo: la suggestione nefasta che i ragazzi ricevono dalle immagini di sesso violento, attraverso tv, internet, videogame.
Negli ultimi tempi sono entrati in circolazione videogiochi che permettono all’adolescente di avere rapporti virtuali con una prostituta, di violentare una ragazza, di uccidere una persona.
L’adolescente che partecipa a tali giochi, praticamente li vive, abolendo il confine tra realtà e finzione.
Tali emozioni diventano irresistibili se “vissute” in un’età di fluidità mentale e di fragilità emozionale qual è quella della prima e media adolescenza. Se esplodono in un contesto di vuoto valoriale e di assenza o non significatività di figure educative.
Quanti genitori vigilano sulle abitudini segrete dei loro figli, su ciò che vedono quando sono soli?
Quanti insegnanti fanno educazione emotiva, affettiva, etica, sessuale?
Siamo all’emergenza educativa. Occorre la risposta sinergica dell’intera società.
I media vanno sottoposti a norme funzionali al bene comune e non solo al profitto. Gli spacciatori di materiali porno, vanno puniti come criminali.
Se non vogliamo vivere, tra breve, in una società da incubo.

Seconda scheda
da Luciano Verdone, Emergenza educativa, Paoline, Milano 2009.

I modelli educativi in famiglia

- In psicologia sono stati evidenziati quattro modelli di comunicazione. Tre sbagliati (autoritario-repressivo, inibito-passivo, indifferente) ed uno corretto, quello assertivo-autorevole.
- Esaminiamo insieme i quattro modelli comunicativi, cercando d’individuare quello in cui ci riconosciamo a livello personale e quello che ci riguarda nella vita familiare.
- A questo scopo, abbiamo aggiunto ad ogni modello le applicazioni fatte da Baumrind, nel campo dell’educazione familiare.

1. Il modello comunicativo autoritario-repressivo. Si ha quando un soggetto esprime pensieri ed emozioni tenendo in considerazione solo il proprio punto di vista. L’esempio classico è l’individuo che concepisce la relazione in termini di potere e che attacca sistematicamente gl’interlocutori in modo diretto o indiretto.
Si esprime con la formula: Io sì – Tu no.
Ÿ Riflesso nello stile di vita in famiglia.
- Atteggiamento educativo autoritario: Molto controllo, aspettative alte nei riguardi dei figli, scarso dialogo con essi, tendenza a non proteggere i figli (produce aggressività da identificazione).

2. Il modello comunicativo inibito-passivo.
E’ la soggiacenza di un individuo - o un gruppo - alle idee ed emozioni di altri, e la conseguente rinuncia a manifestare le proprie. Si verifica, ad esempio, quando un figlio viene represso da un genitore autoritario o quando qualcuno avverte che gli è molto difficile opporsi ad un’ingiustizia e preferisce tacere.
Può essere espresso con la formula: Io no – Tu sì.
Ÿ Riflesso nello stile di vita in famiglia.
- Atteggiamento educativo permissivo: controllo minimo, aspettative basse, dialogo quasi inesistente, prevale la protezione (produce immaturità).

3. Il modello comunicativo indifferente.
Si verifica quando i soggetti della comunicazione rifiutano di farsi carico della relazione e rimangono ai margini del rapporto.
Si esprime con la formula: Io no – Tu no.
Ÿ Riflesso nello stile di vita in famiglia.
- Atteggiamento educativo indifferente: scarso controllo, nessuna aspettativa, poco dialogo, freddezza ed ostilità (produce insicurezza).

4. Il modello comunicativo autorevole-assertivo.
Si ha quando viene rispettata sia la soggettività propria che quella dell’altro. Ciò comporta la rinuncia a scadere o nella “competizione” (affermazione assoluta del proprio punto di vista e quindi isolamento) o nel “cedimento” (acquiescenza aprioristica al punto di vista dell’altro con conseguente frustrazione). E la tensione a rimanere nei confini di un dialogo pacato e razionale, capace di prendere in considerazione i molteplici aspetti di un problema.
Si esprime con la formula: Io sì – Tu sì.
Ÿ Riflesso nello stile di vita in famiglia.
- Atteggiamento educativo autorevole: controllo, aspettative, molto dialogo, calore e protezione (produce autostima, sicurezza, indipendenza, socievolezza, altruismo, motivazione al successo).

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