Questo sito contribuisce alla audience di

L'identità nazionale italiana

Ho scelto come tema per la maturità l'dentità nazionale ma non so proprio come organizzarmi!!



PERCORSI PER ESAMI DI STATO
Ciao!mi potete dare una mano per favore!ho scelto come tema per la maturità l’dentità nazionale ma non so proprio come organizzarmi!!o le idee più confuse che chiare!

RISPOSTA
Per quanto riguarda l’identità nazionale, potresti seguire il seguente schema:
- Italiano: Alessandro Manzoni, “Marzo 1821″ oppure Vincenzo Gioberti, “Il primato civile e morale degli italiani” (ricostruisci il pensiero delle opere suddette servendoti dei libri scolastici e di sintesi informatiche).
- Filosofia: Johann Fichte, “Discorsi alla nazione tedesca”.
- Storia: Il discorso di Cavour per la proclamazione del Regno unitario italiano (18 febbraio 1861). Oppure, brani di Mazzini.
- Matematica: cerca sul libro di storia o in internet i numeri dell’Italia nel momento dell’unificazione (1860 - 61): numero abitanti, ferrovie, industrie, ecc.

- Ti allego, qui di seguito, una scheda storico-sociologica sull’identità nazionale, tratta dal mio libro:
Luciano Verdone, Emergenza educativa, Paoline, 2009.

Italia, identità forte o debole?

Il sentimento di appartenenza ad una nazione, non dipende solo da fattori etnici e territoriali. Secondo Allport, esso deriva essenzialmente da un meccanismo culturale ed intellettivo, uno schema mentale che si costruisce progressivamente in noi. Qualcuno ha affermato che l’Italia non ha un’identità forte. Lo dimostrerebbe, tra l’altro, il fatto che, a 150 anni dall’unificazione, vi siano ancora aspirazioni autonomistiche. Questi studiosi attribuiscono la presunta debolezza del sentimento nazionale al fatto che l’Italia, dalla caduta dell’Impero Romano, è stata sempre frazionata ma anche ai numerosi rivoli razziali che formano la nostra compagine etnica: Libici, Etruschi, Celti, Latini, Greci, Germani, Saraceni e Normanni… Al contrario, per altri, lo schema mentale “Italia” coincide con uno dei cliché d’identità nazionale più radicati e più profondi. Anche se l’Italia è stata una delle ultime nazioni a costituirsi come Stato unitario, a livello di consapevolezza, sarebbe, invece, secondo qualcuno, la più antica nazione d’Europa. Si osserva, infatti, che, fin dal sesto secolo a. C., sotto l’influenza prevalente degli etruschi, si instaura nella penisola uno stile di vita caratterizzato da forme comuni, riguardanti la famiglia e la società. Segni evidenti di una coscienza nazionale sono presenti nelle pagine di Livio, Cicerone, Plinio, Virgilio. La prima unificazione amministrativa dell’Italia avviene nel primo secolo a. C. ad opera di Augusto che ne estende i confini allo spartiacque alpino e suddivide la penisola in regioni. Del resto l’espansione dell’Impero Romano, in origine, si presenta come progetto, già tentato invano da greci ed etruschi, di unificare la penisola. Soltanto dopo, Roma si orienta verso il Mediterraneo e l’Europa media e settentrionale. Anche i privilegi accordati dagli imperatori alle città italiane rispetto al resto dell’impero e i baluardi posti dagli stessi a difesa dei passi alpini, benché oltre le Alpi continuasse l’Impero, testimoniano un concetto già forte d’Italia, come cuore della romanità. Sette sono i principali fattori attorno ai quali si è polarizzata la coscienza nazionale italiana: 1. L’omogeneità geografica molto marcata. 2. L’unità amministrativa raggiunta, come detto, già prima di Cristo. 3. Il diritto romano, astratto e formale: educa gli abitanti della penisola ad un sentimento civico che, resiste per secoli alla contaminazione della cultura barbarica e pone, fin dal Medioevo, le premesse dello Stato moderno. 4. L’unità linguistica: il latino, soppiantando gli idiomi italici, produce la prima omologazione linguistica della penisola. In seguito, il latino volgare genera una nuova lingua nazionale: l’italiano. 5. Il reticolare impianto delle diocesi che struttura la penisola già nel settimo secolo, ai tempi di papa Gregorio Magno (540-604). 6. Il sentimento artistico, trasfuso negli italiani dalla visione dei monumenti classici, diventa, in particolare col Rinascimento, un altro elemento di consapevolezza collettiva. 7. La città, come variabile peculiare del nostro territorio e della nostra storia. Quest’ultimo fattore d’unificazione coscienziale, forse il più inconsapevole, merita una spiegazione. L’Italia (assieme alla Gallia meridionale) ha ereditato dai romani, rispetto alle altre regioni d’Europa, l’organizzazione del territorio in ambiti d’influenza cittadina. Un reticolo di città che, poste a distanze regolari, frazionavano la penisola garantendone il controllo amministrativo. Così ogni città romana aveva un suo bacino d’influenza, ponendosi, rispetto al contado circostante, in rapporto di continuità e d’interscambio. Uguale è la struttura delle città italiane, contraddistinte, ad immagine di Roma, di foro, templi, teatro, palazzo cittadino, magistrature, mercato, mura di cinta. La divisione della penisola in ambiti geografici dipendenti da città, già completa al tempo di Augusto e descritta puntualmente da Plinio, fa apparire l’Italia romana, non come un territorio soggiogato da una metropoli egemone, Roma, cosa che avviene generalmente in tutti gli imperi, ma come una confederazione di città consorziate che condividono, con Roma, per ben quattro secoli, diritti e privilegi sul restante mondo romano. E’ fuori dubbio che questo tipo di organizzazione territoriale abbia contribuito non poco a rafforzare l’identità romana della penisola e delle province più romanizzate, quali la Gallia, la Dalmazia e la Rezia (odierna Austria). L’Italia romana con i suoi municipi costituisce il modello dell’Europa moderna. Innanzi tutto perchè alla struttura urbana reticolare, si sono adeguate, in epoche successive, altre nazioni. Si pensi alla suddivisione della Francia in dipartimenti. Inoltre, perché nei secoli dell’oscuramento della civiltà classica a causa dei barbari, le città italiane conserveranno la tradizione civile e culturale. Daranno origine, mentre ancora perdura il Medioevo, a quei comuni liberi, palpitanti di vitalità civica, commerciale e culturale, da cui è scaturito, prima il Rinascimento, e poi l’Illuminismo e la civiltà moderna.

Ancora un in tervento:

Italia, bella e perduta
Fra i dipinti esposti alle scuderie del Quirinale, in occasione del centocinquantesimo anniversario dell’unificazione italiana, vi è una tela di Francesco Hayez raffigurante il ritratto di una giovane donna, dallo sguardo colmo di intensa malinconia, che stringe in grembo un libro dal dorso rosso sangue. Fu dipinta nel 1848, dopo le Cinque giornate di Milano e divenne l’emblema dell’Italia infelice e soggiogata.
Questa immagine è tornata inaspettatamente di moda ai nostri giorni perché evoca efficacemente uno stato d’animo diffuso. Il malessere per un mito che si dissolve, quello dell’unità nazionale.
Stiamo celebrando l’anniversario fra un coro di riserve e contestazioni. Contro l’Italia unita si sono levate le voci della Lega, dei Meridionalisti, persino dei Cattolici …
La gran parte degli Italiani che, a mio parere, sente fortemente l’ideale nazionale, vive questa situazione con disorientamento ed angoscia. Due, infatti, sono le emozioni più radicate nel cuore umano: l’istinto di sopravvivenza ed il sentimento di identità-appartenenza.
Una nazione, sostenne più di un secolo fa il francese Ernest Renan, è fatta di due elementi: una “ricca eredità di ricordi” e la volontà attuale di vivere insieme.
Per quanto riguarda il patrimonio storico, noi Italiani non siamo secondi a nessuno. Per qualcuno, il nostro, è uno degli schemi coscienziali più antichi e profondi. Invece, il secondo è talvolta deludente.
“Cos’altro indicano le altissime percentuali di evasione fiscale – si chiede Giovanni Belardelli (Corriere della sera, 8 febbraio 2011) – se non che molti sentono di non appartenere davvero al loro Paese? Cosa indica il rapporto conflittuale e problematico di milioni di italiani con l’autorità dello Stato nelle sue varie forme se non una percezione assai debole, almeno rispetto ad altri Stati europei, della loro appartenenza a una comunità nazionale?”.
Se non poniamo un freno alle rivalse localistiche, se non superiamo la carenza di senso civico, noi Italiani rischiamo di regredire al frazionamento regionalistico che ha caratterizzato la nostra storia per secoli, tornando nell’orbita del controllo di entità straniere più coese e potenti.
“Bella e perduta”, è il titolo del libro dello storico Lucio Villari che si ispira ad un inno del Nabucco di Verdi. “Dal 1796 al 1870 vi è stato un tempo della nostra storia – scrive Villari – nel quale molti italiani non avuto paura della libertà, l’hanno cercata ed hanno dato la vita per realizzare il sogno della nazione divenuta patria. E’ stato il tempo del Risorgimento quando la libertà significava verità. Anzitutto sentirsi partecipi di una Italia comune, non dell’Italia dei sette Stati, ostili tra loro e strettamente sorvegliati da potenze straniere. La conquista della libertà “italiana” è stata la rivendicazione dell’unità culturale, storica, ideale di un popolo per secoli separato, l’affermazione della sua indipendenza politica”.
Si è osservato che l’unità d’Italia è stata fatta dai giovani. Giovani erano molti volontari dell’impresa dei Mille, giovani troviamo nello sfortunato sbarco di Pisacane e nella Prima guerra d’Indipendenza. Studenti furono per lo più i cinquemila volontari che si lasciarono massacrare a Curtatone e Montanara, il 29 maggio del 1848, per sbarrare il passo agli austriaci, nonostante il loro numero esiguo di fronte al nemico, come i trecento spartani alle Termopili … E di sangue giovanile si bagnò il terreno di Magenta, ove la strage fu così orrenda da coniare il termine “rosso Magenta”.
Chiediamocelo. Perché furono soprattutto i giovani a pagare il prezzo dell’unificazione? Perché quella è l’età degli ideali puri, incondizionati da calcolo e pregiudizio. Ma questi ideali oggi si sono oscurati.
Il pragmatismo, le ragioni economiche, il torpore egoistico del benessere, ci hanno portato a demitizzare le grandi idee che sono alla base della nostra identità nazionale.
Così ci siamo ridotti ad essere un popolo senza radici. E, per dirla con Goffredo Mameli: “Noi siamo da secoli/ calpesti, derisi,/ perché non siam popolo,/ perché siam divisi”.
Discutiamo anche sulla spesa che comportano le celebrazioni dell’anniversario dell’Unità. Cosa assurda, commenta Carlo Azelio Ciampi: “Chiediamoci se gli americani, i francesi o gl’inglesi, avrebbero liquidato il compleanno delle loro nazioni con la stessa indifferenza. E’ come se uno decidesse di non portare moglie e figli a cena fuori, fosse solo per una pizza, quando cade un’importante ricorrenza familiare. Non è su queste cose che si possono fare rinunce” (Avvilente. La lega pensa ancora alla secessione, Intervista a Carlo Azelio Ciampi in “Corriere della Sera”, 10 febbraio 2011).
“Vedo in libreria - prosegue l’ex presidente della Repubblica – un trionfo di saggi concepiti più in chiave divisiva che unificatrice: terroni contro polentoni, ad esempio, quando non ci si butta sul solito catalogo dei “misfatti del Risorgimento”… Temo che la mia generazione debba purtroppo riconoscere di aver fallito il compito e aver lasciato ai giovani soltanto un deserto morale”.
da LUCIANO VERDONE, Una società senza miti (può sopravvivere?), Edizioni Paoline, Milano 2011.

Le categorie della guida

Ultimi interventi

Vedi tutti