L'impotenza umana di fronte alla natura

Artisti e pensatori della nostra epoca hanno trattato il tema dell'impotenza dell'uomo di fronte alle forze della Natura. Vengono subito in mente il terremoto aquilano ed il Leopardi delle Operette Morali: "Dialogo della Natura e di un Islandese".



PERCORSI PER ESAME DI STATO.Avrei pensato come percorso l’impotenza dell’uomo di fronte la potenza della natura.mi serve un aiuto per i collegamenti

RISPOSTA.
- Italiano: il collegamento classico è con Leopardi, Operette morali, Dialogo tra la Natura ed un islandese.
- Filosofia: Schelling: determinismo naturale e libertà spirituale, oppure Kierkegaard, Angoscia e disperazione.
- Storia, Il Novecento come ripetizione ineluttabile di errori e crudeltà. Ti rimando ad Eric Hobsbowm, “Il secolo breve” (trova sintesi in rete..
Ti invio, qui sotto, una riflessione compatibile col pensiero di Hobsbowm.
- Arte, Michelangelo, I prigioni, le statue incompiute di Michelangelo che esprimono l’impossibilità dell’uomo a svincolarsi dal determinismo della materia.
Buon lavoro,
Luciano.

Novecento. Bilancio di un secolo

La cultura occidentale (a partire dalle sue radici bibliche, fondate sull’attesa della pienezza del tempo e del personaggio messianico decisivo) è impostata sulla concezione diacronica della storia, sul presupposto che gli avvenimenti procedano in linea retta, secondo una diagonale ascendente, nel rispetto del principio dell’ evoluzione, ininterrotta e necessaria. Il principio secondo cui ciò che viene dopo è meglio di ciò che è accaduto prima, coincide con uno dei pregiudizi più radicati nella cultura nella quale “abitiamo”. E non c’è “casa” che ci racchiuda maggiormente della dimensione dell’interiorità personale e della cultura del gruppo. Per esprimere tale concetto noi usiamo un termine feticcio, un sostantivo centrale e decisivo del nostro universo mentale. Progresso.

Ma ciò che sta accadendo da due mesi, afferma esattamente il contrario. Nulla è più lontano dalla nostra mentalità che si possa procedere verso il peggio, verso gli errori del passato. Ma la cronaca, sommandosi alla storia, si sta incaricando di dimostrarci, ogni giorno, che è proprio così. La cronaca ci ripete, come un rituale ossessivo, ad ogni edizione di giornale, che noi non siamo capaci né di evoluzione, né di mutamento.

All’inizio del Novecento, l’uomo europeo fu travolto da un delirio di esaltazione. Eresse verso il cielo una torre di ferro (la Tour Eiffel) per simulare plasticamente la sua fede nel futuro. Innalzando i piedi, come chi ascende una scala, nell’orgia del “Can can”, i nostri nonni esprimevano questo concetto: nulla può fermare l’ascesa dell’uomo tecnologico.

Ma tale ascesa si fermò. Il ritmo frenetico del ballo tipico della Belle epoque, il “Can can”, appunto, si zittì di fronte al fragore della mitraglia, naufragò nel fango degli anni di trincea. I quattro anni della prima guerra mondiale, più i sette della seconda, risucchiando, con voracità cancerogena, la parte centrale del Novecento, hanno fatto di esso un “secolo breve”. Come un giorno che si annuncia radioso e dinamico ma poi sfocia in temporali che lo rendono inattivo e noioso. Se poi verso sera, dopo una pausa di sereno, altri temporali si scatenano (le guerre balcaniche degli anni novanta) allora tale secolo potrà essere definito “nullo”, “inutile”, com’è stato fatto. Si è aperto con Sarajevo, è stato affermato, e si è concluso con Sarajevo. Ma ora basta, abbiamo pensato. Mai più la guerra. Si è detto. Non ha senso. Distrugge quanto si è costruito a fatica ed alimenta nuove guerre. Appartiene ad un passato da negare, rimuovere, come assurdo ed involuto, illogico e patetico.

Un nuovo millennio è iniziato, attraverso la soglia di un anno santo, varcata da moltitudini, in segno di pace. Poi qualcosa di nuovo si è infranto, è crollato. Quella parola, “guerra”, che abbiamo sperato più volte di cancellare dal vocabolario del presente è ancora, come prima, come sempre, sulle labbra e nella mente dell’uomo. Il volto oscuro del passato è sempre tra noi. E’ questo che ci umilia, che ci fa sentire impotenti. L’eterno ritorno del vissuto negativo. Saremo mai capaci, con tutta la nostra scienza, di liberarci dal passato?

Di creare mondi nuovi e parole nuove? Ora come ora, e sempre più difficile, è sempre più rischioso, pensare, dire di sì.

Questa è la cosa terribile. La dolora consapevolezza di noi, in questo primo anno del terzo millennio. E allora? E allora: ricominciare di nuovo, ricominciare sempre. Non è una scelta. E’ una necessità. Come il divenire vitale. La storia, come la vita di ognuno, non è mai un prodotto, un risultato. E’ sempre un processo.

Luciano Verdone

Replica

Ma escludendo Leopardi quale autore italiano potrei presentare?

Risposta della Guida.
Allora,
o prendi Pascoli, il quale in alcune sue liriche prova uno smarrimento cosmico
di fronte all’immensità dell’universo:
Penso, ad esempio: “La vertigine” in Primi poemetti.

Oppure,
scegli Dante il quale nel Paradiso percepisce la potenza di Dio come
un’energia c he permea l’Universo. Pensa alla prima terzina del primo canto:
“La gloria di colui che tutto muove,
nell’universo penetra e risplende,
in una parte più e meno altrove”,

Buon lavoro.
Luciano.

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