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I giovani, questi alieni

Oggi, gli adulti corrono un grande pericolo. Quello di non riuscire più a credere più nei giovani, guardandoli come se fossero degli alieni e rinunciando a comprenderli. Così facendo, però, noi dimentichiamo che la demotivazione dei nostri ragazzi non è altro che il risultato di una crisi valoriale. C’è tutta una generazione che sta cedendo, disertando il cantiere ove si costruisce la città futura, perché il modello che noi proponiamo non è accettabile, perché la credibilità degli adulti è compromessa, perché siamo così aridi da non riuscire a trasmettere loro ottimismo e fiducia. I giovani hanno, infatti, una sensibilità speciale nell’intuire i punti deboli di un sistema. L’età giovanile è programmata, infatti, per rappresentare il mondo in termini di progetto, aspirazione, utopia. Quando il contesto culturale è senza orizzonti metafisici, pesantemente pragmatico ed opportunista, essi reagiscono o con la ribellione, attraverso ideologie estreme e violente, o con la depressione e la dissociazione delle droghe, o adeguandosi al cinismo del compromesso, dell’autoaffermazione e del denaro. Le patologie comportamentali dei nostri giovani sono dunque il segnale dì allarme di un organismo malato. Il loro può essere definito radicalismo frustrato, idealità profanata, amore deluso. Il dialogo fra adulti e giovani può essere fondato soltanto su una speranza affidabile. ..



Ore undici di una solare mattina d’agosto. Un padre rientra in casa e trova il figlio che dorme profondamente. Forte del suo ruolo di educatore, egli spalanca rumorosamente la serranda, invitando l’altro ad ammirare l’azzurro del cielo: “Sveglia, dormiglione. Guarda che sole! Il giorno è fatto per vivere e la notte per dormire!”. “Chi lo dice? – protesta il figlio con voce d’oltretomba - A me piace vivere la notte!”. “Se vuoi fare ciò che ti pare – replica il padre – devi andartene a stare da solo. La famiglia comporta esperienze comuni, condivisione di modi di pensare e di vivere”.
Basta un breve dialogo come questo per cogliere quanto sia profonda l’opposizione culturale fra le generazioni. Il padre fa riferimento a valori tipici della sua epoca: l’oggettività della natura, nella sua alternanza di ritmi di luce ed oscurità, impegno e riposo; e la famiglia come comunità solidale che si pone oltre le aspirazioni dei singoli componenti. Il figlio si appella, a sua volta, a valori condivisi dai giovani: la centralità della libertà individuale e la visione soggettiva della realtà.
Quale dialogo, umano ed educativo, è dunque possibile tra giovani e adulti?
E’ evidente che la difficoltà di dialogo fra padri e figli dipende dall’appartenenza a sistemi valoriali completamente diversi.
Il modello degli adulti risente fortemente di un nucleo culturale d’ispirazione cristiana. Da esso, abbiamo mutuato la convinzione che la realtà è posta dall’alto, che c’è un ordine divino che si riflette nel cosmo e, quindi, nelle istituzioni. Che non siamo liberi di creare le cose ma possiamo solo accettarle. Che la persona, immagine di Dio, ha una valenza universale ed assoluta. Che i valori interiori sono da preferire e che la vita terrena deve rapportarsi a quella ultraterrena.
Cosa ne scaturisce? Un atteggiamento favorevole alla fatica ed alla rinuncia.
La civiltà contadina forniva, a sua volta, una saggezza naturale basata sulla misura, sul gruppo familiare, sul senso religioso della vita. Una miscela di rassegnazione, sottomissione, sopportazione.
I giovani, invece, per molti aspetti, sono tornati al modello classico-pagano. Da esso hanno ripreso il culto della fisicità, della potenza e del successo, l’importanza del “qui ed ora”, l’uomo visto come individualità incarnata nel mondo e modellatore di esso, sempre in cerca di emozioni e sensazioni gradevoli. Dalla mentalità scientifica, i nostri figli hanno mutuato l’ossessione per gli oggetti tecnologici, la convinzione che si può conoscere solo ciò che è percettibile e dimostrabile. Il sessantotto ed il benessere degli ultimi anni hanno determinato, infine, nella cultura, una percezione illimitata dell’Io, enfatizzando il concetto della libertà e della vita come esperienza ed avventura.
Quale dialogo, umano ed educativo, è dunque possibile tra giovani e adulti?
Solo quello basato sul rispetto della soggettività e libertà di ciascuno.
E quello che si serve della mediazione razionale.
Senza, però, rinunciare ad una visione dell’uomo come valore universale e assoluto, che esiste oltre l’espressione delle singole soggettività.
E tornando, inoltre, a confrontarsi con le grandi domande sul senso ultimo della realtà, in mancanza delle quali una persona non riesce ad unificarsi profondamente né a pervenire a risoluzioni etiche qualificanti.
Ed, infine, pronunciando un nome di sole due sillabe, decisivo per la comprensione della realtà, per il benessere mentale e sociale: Dio.

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