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L'Aquila, sette mesi dopo...

Ho avuto il destino di visitare l’Aquila a poche ore dal sisma del 6 aprile e di valutare, con sguardo incredulo, l’entità della tragedia. Scene che la tv - non so perchè - non ha mai mostrato. Cornici di finestre da cui si contano gli strati di una casa, vicoli otturati dalle macerie, basiliche sventrate e senza tetto, palazzi dalle pietre dissestate nel frontale e crollati all’interno… Un’esperienza che ti segna per la vita. Sono tornato all’Aquila, l’altra sera, sette mesi dopo quella notte, ed ho sentito male al cuore. E’ stata un’emozione peggiore della prima. Una città spettrale....



Mentre la percorri, nell’asse viario aperto al pubblico, intravvedi il resto del gran cadavere in decomposizione che ti circonda. Palazzi abbandonati, finestre chiuse o lugubremente aperte alle intemperie.
Un alveare di stanze, mute e gelide, dimora ormai di calcinacci, uccelli, ratti…
Tutto è fermo a quella notte del lunedì santo. Te lo ricordano persino gli stendardi che annunciavano la storica processione di Gesù defunto del successivo venerdì.
Intuisci che una città si è spenta. Che nel cuore d’Italia c’è una cellula oscura. Che uno dei volti della civiltà abruzzese, montanara ed ancestrale, aristocratica nei suoi palazzi gentilizi e nelle sue chiese, è stata cancellata in pochi, interminabili, secondi.
Temi che qualcuno, da un momento all’altro, possa fermarti, interrogati. Ti sembra di esserti infiltrato in un territorio di guerra, negato ai civili, percorso ossessivamente da camionette di forze dell’ordine…
Molti aquilani sono rientrati dalla costa, seimila sono ancora sotto le tende. Gli studenti, ogni mattina, vincendo l’incubo che li insegue, si recano a scuola. Sanno che solo così possono ridare un’anima, un futuro, alla loro città. Il sabato s’incontrano. Dove, solo loro lo sanno.
Chi va nei pochi centri commerciali si sottopone a file senza fine, come in tempi di guerra.
Anche quelli che hanno ricevuto un alloggio prefabbricato, nelle periferie stravolte dalla tecnologia d’emergenza, si trovano in situazioni di difficile adattamento sociale.
Sanno, in ogni caso che lì, all’orizzonte, la loro città non c’è più. Che nessun governo, per quanto efficiente, può risuscitare un centro storico dalle cento chiese, dai cento palazzi medievali, rinascimentali, settecenteschi.
Tra poco verrà la neve e ci sarà più gelo, più depressione. Un velo di oblio scenderà sulle facciate quadrangolari delle chiese, sui rosoni.
Solo un grande amore, una grande tenacia, potrà ridare vita a questo cadavere.

Commenti dei lettori

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  • sasa

    27 Oct 2009 - 22:53 - #1
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    mi capita di disegnae istintivamente le foglie

  • Ami

    23 Jan 2011 - 19:04 - #2
    0 punti
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    Hai colto la vera essenza di quanto accaduto.
    te lo dice una che lo ha vissuto e lo sta vivendo..
    Amy.

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