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Quando manca il coraggio di educare

Le chiamano generazioni parallele. Genitori che non hanno nulla da trasmettere ai figli ma si pongono, nei loro confronti, come coetanei, spesso come complici. Padri e figli non più in rapporto di conflittualità e contestazione, come nel passato, ma di estraneità e indifferenza. Su questo fenomeno è inutile ricorrere a spiegazioni di natura psicologica. La crisi fra le generazioni è, infatti, culturale. Riguarda i valori.

padre e figlio

Sono annebbiati i caratteri fondamentali della nostra esistenza. Il senso dell’essere uomo o donna. E’ diffusa fra gli educatori (genitori o insegnanti) la sfiducia sulla stessa possibilità di educare.
Il motivo è evidente. Non esiste più un patrimonio di valori degni di essere tramandati e per i quali vale la pena di faticare e combattere.
Eppure, chi ti mette al mondo dovrebbe anche spiegarti perché ti ha fatto questo dono, che senso ha la vita e lo scenario che la circonda.
Chi assume, per natura, il compito di alimentare un corpo, dovrà pure nutrire la mente del figlio…Ma, se il dare la vita coincide con un gesto di abbandono, è inevitabile che, nei giovani, si sviluppino risentimenti verso la realtà. Con tutto ciò che ne consegue.
E chi fa l’insegnante non può considerare l’educazione come semplice trasmissione di informazioni e capacità, anziché la ricerca di senso vitale.
L’educazione è un atto generativo e può essere svolta solo da chi ha con l’altro un rapporto di profonda appartenenza esistenziale.
Nessuno può arrogarsi il diritto di porgere messaggi educativi se non si sforza di entrare nel mondo del suo interlocutore e di comprenderlo.
Se non ha un minimo di partecipazione ai suoi sentimenti.
Nessuno può proporti dei valori se non ti fa sentire, con tutta la carica dell’amore e della simpatia, che tu stesso, per lui, sei un valore. Un soggetto unico e compiuto.
Non possiamo continuare a concepire l’educazione in base a tre metafore.
Quella dell’arena gladiatoria nella quale solo i migliori hanno il diritto di restare in piedi e di compiere la scalata sociale.
Quella del gioco, per cui la vita non ha scopi, né responsabilità, né fondamenti.
E quella del camminare senza direzioni, secondo cui non si può insegnare dove si è diretti ma solo a camminare.
Se vivere è un camminare senza mete, sia intermedie che supreme, ecco profilarsi allora il deserto dell’insensatezza, la neutralità valoriale che condanna i giovani alla solitudine, al risentimento verso un universo opaco e muto.
Meglio, a proposito dell’educazione, ricorrere, invece, alla metafora dei due volti che si guardano e dialogano, riconoscendosi l’uno nell’umanità dell’altro. Perché educare è compenetrazione di anime, incontro di due libertà.
Oppure, conviene utilizzare la metafora dello scultore che tira fuori l’immagine umana dal blocco di pietra, liberando qualcosa che è già presente ma fatica ad emergere. Si tratta dell’educazione come “processo di creazione continua”, secondo l’espressione di Jerome Bruner.
Educare, in ogni caso, comporta il coraggio di generare un’altra persona.
Cosa che può avvenire solo se ci esponiamo, se mettiamo a nudo il nostro animo. Se indichiamo, senza pudori, ciò che dà significato veramente alla nostra vita.
Se scegliamo di essere testimoni, prima che maestri.

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