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Quei due cromosomi in più

Chi sostiene che discendiamo dalla scimmia, fa presente che abbiamo in comune con lo scimpanzé il 99,5 del DNA, dimenticando però di precisare che noi possediamo 46 cromosomi mentre lo scimpanzé 48 (ci sarà pure una ragione!). E che la disposizione dei geni è completamente diversa. E’ come dire che se i geni sono le lettere che compongono una pagina, la pagina è il cromosoma, il libro è il genoma, scombinando le lettere della pagina, cioè i geni, si ha un messaggio del tutto diverso! Infatti, se è vero che la scimmia è l’animale che più ci assomiglia, è ancor più vero che le differenze fanno dimenticare le somiglianze.



Siamo talmente abituati a vedere in tv scimmioni che si trasformano in uomini che abbiamo finito per credere a due cose: primo, al gioco delle combinazioni casuali che dalla prima cellula conducono all’uomo; secondo, al fatto che veramente il nostro antenato sia uno scimpanzé.
La prima tesi ricalca lo schema di Jacques Monod nel suo libro “Il caso e la necessità”. Egli spiega l’origine e lo sviluppo della vita sulla terra in base al caso (alterazioni accidentali avvenute nel codice genetico) ed in base alla necessità (il determinismo con cui tali alterazioni vengono trasmesse). Quando, nel 1996, Giovanni Paolo II disse che l’evoluzione era “più che soltanto un’ipotesi”, molti vi lessero l’apertura della Chiesa all’evoluzionismo.
Dimenticando che una cosa è l’evoluzione un’altra l’evoluzionismo.
L’evoluzione, nel senso di un antenato comune, potrebbe essere vera. Invece, l’evoluzionismo, inteso come processo di mutazioni casuali, al di fuori di un disegno intelligente, è chiaramente contro la sapienza finalistica che il Cristianesimo ravvisa nell’universo: “Parlare di caso per un universo che presenta una così complessa organizzazione e una così meravigliosa finalità nella sua vita, - ebbe a dire sempre papa Woitila - sarebbe come ammettere effetti senza causa, sarebbe abdicare all’umana intelligenza”. “Noi non siamo il prodotto casuale e senza senso dell’evoluzione”, ha ribadito Benedetto XVI, “ciascuno di noi è il risultato di un pensiero di Dio”.
Il problema fondamentale rimane, infatti, questo: Chi ha dato alla materia inerte e cieca le ferree leggi logico-matematiche che ne ordinano lo svolgimento vitale, nell’infinitamente piccolo e nell’infinitamente grande? Lo stesso Monod afferma che le probabilità della vita di accendersi per caso sono quasi nulle. Eppure, egli sostiene, si sono verificate. Altri, invece, ritengono che affermare che la vita sia comparsa per una serie di occasioni fortunate – come vuole Monod – è lo stesso che pensare che dall’esplosione di una tipografia si formi un dizionario di ventimila voci. Ed un semplice organismo unicellulare possiede molte più informazioni di un dizionario. Non parliamo del cervello umano.
Antony Flew, simbolo mondiale dell’ateismo scientifico, convertitosi inaspettatamente all’idea della creazione e dell’esistenza di Dio, nel 2004, definì uno “sforzo comico” la spiegazione dell’origine dell’universo con il caso: “Se questo è il miglior argomento che potete fornire su questo tema – egli disse – la questione è chiusa”.
Ma veniamo alla seconda tesi. La discendenza dalla scimmia. Chi sostiene questo, fa presente che abbiamo in comune con lo scimpanzé il 99,5 del DNA, dimenticando però di precisare che noi possediamo 46 cromosomi mentre lo scimpanzé 48 (ci sarà pure una ragione!). E che la disposizione dei geni è completamente diversa. E’ come dire che se i geni sono le lettere che compongono una pagina, la pagina è il cromosoma, il libro è il genoma, scombinando le lettere della pagina, cioè i geni, si ha un messaggio del tutto diverso!
Infatti, se è vero che la scimmia è l’animale che più ci assomiglia, è ancor più vero che le differenze fanno dimenticare le somiglianze.
L’uomo è l’unico primate che sia in grado di stare perfettamente eretto per lungo tempo con l’articolazione delle ginocchia in estensione completa.
L’unico dotato di intelligenza e linguaggio concettuale tali da permettergli consapevolezza ed evoluzione.
La linea di demarcazione tra animale ed uomo si chiama arte, umorismo ma, soprattutto, religione: gli animali non costruiscono templi ed altari.
Siamo d’accordo. Per un uomo di fede, essere creato direttamente da Dio o derivare da un altro animale è la stessa cosa. Nel secondo caso, Dio aspetta che l’ominide si evolva per infondergli l’anima. Forse è anche più affascinante. Ma è una questione di fondo. L’evoluzione è scienza, l’evoluzionismo è ideologia.
L’evoluzione, trasfigurandoci e proiettandoci nel futuro ci esalta: da ominide ad uomo, ad uomo a semidio.
L’evoluzionismo, invece, c’inchioda al passato, all’animale. Stabilisce che la nostra vera natura non è divina ma bestiale. Annulla in noi lo slancio al superamento.
Violenza e degenerazione di costumi, io credo, dipendono anche da questo.
Dal fatto che il nostro modello di umanità non è più Dio ma lo scimmione di Darwin.

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