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Qual è il valore numero uno?

Se chiediamo alla gente qual è il valore numero uno, alcuni rispondono la vita, altri il benessere, la salute, la ricchezza, altri la pace, altri la famiglia, il gruppo, l’amicizia, Dio… Ma a ben riflettere, i valori sono tali nella misura in cui vengono percepiti da un soggetto intelligente, capace di creare, con la mente, sistemi di significato che danno senso alla vita. E questo soggetto intelligente è l’uomo. Bisogna riconoscere, dunque, che nella cultura dell’Occidente, c’è un valore primario attorno al quale orbitano, come satelliti, tutti gli altri. La persona. Come appaiono i valori nella Psicografologia?



Questo valore si è andato costruendo gradualmente, attraverso i secoli. Per gli antichi, l’uomo era prevalentemente un soggetto biologico. Anche greci e romani, pur sensibili a tante cose, non avevano ancora il senso della dignità della persona. Al pater familias era riconosciuto il diritto di vita e di morte su schiavi, donne e bambini. Un figlio era considerato soggetto di diritto, solo dopo che il padre aveva lo aveva, secondo il rito, raccolto da terra.
Persino il saggio Catone scrive: “Se sorprendi tua moglie mentre commette adulterio, puoi ucciderla impunemente; se lei sorprende te, invece, non può toccarti nemmeno con un dito”.
Ce n’è voluto di tempo per pervenire al concetto di persona. A quell’idea universale che va oltre le determinazioni particolari. A quella circonferenza semantica più ampia, dentro la quale trovano posto i vari cerchi minori: aspetto, sesso, etnia, condizione sociale… Sono stati necessari secoli di evoluzione, correnti di pensiero e rivoluzioni.
Molto hanno influito due idee bibliche: quella dell’uomo creato ad immagine di Dio e quella di Dio che si è fatto uomo.
Così, nella visione occidentale, l’uomo rispecchia, in modo più o meno consapevole, la grandezza divina ed ogni discorso sull’identità umana sottintende qualcosa di teologico. La persona ha finito per divenire l’interfaccia di Dio: “Cammina attraverso l’uomo e giungerai a Dio”, afferma s. Agostino.
Per questo, se Cristo ha finito per simboleggiare il modello più alto dell’uomo, Maria esprime, a sua volta, l’idea più sublime della femminilità.
Possiamo riconoscere tale faticoso processo ogni volta che incontriamo qualcuno. Per primo, notiamo ciò che appare, il corpo: statura, esilità o robustezza, gradimento e modo di vestire… Quindi, - ma l’operazione, in realtà, è simultanea - consideriamo la dimensione psichica: l’intelligenza, i sentimenti, l’autostima, le capacità relazionali, la simpatia, i comportamenti… Infine, mettiamo in atto uno schema mentale di valore, una funzione intellettiva che ci ricorda: ti trovi di fronte ad una persona, ad un soggetto spirituale, ad un microcosmo originale ed unico. Non ti fermare all’aspetto, ma va oltre.
Facciamo un esempio. Un uomo, in treno, si trova a dialogare con una donna che lo colpisce. Lui, però, scegliendo di non cedere alla logica del corteggiamento, decide di costruire la relazione in modo piramidale. Così, l’occhio rimane appagato dall’aspetto gradevole di lei (sguardo fisico) mentre la mente è attratta dalla sua personalità interessante (sguardo psichico). Ma nel modo di guardarla è sottinteso un pensiero dominante: la consapevolezza, piena e armonica, della dignità dell’altra (schema trascendente). A questo punto, il nostro uomo deve ammettere che, agendo in questo modo, il fascino della sua interlocutrice non è sminuito ma potenziato. Ed è più appagante che se si fosse adeguato a scorciatoie sentimentali e seduttive.
Ecco, allora, che l’incontro con una persona costituisce, ogni volta, un reattivo di livello morale. Cosa prevale nel tuo modo di considerare l’altro? Lo sguardo fisico, lo sguardo psichico, oppure lo schema trascendente (“E’ una persona!”)?
Ma, confessiamolo. Quanto pesano, nella nostra valutazione, l’aspetto, lo status sociale, il pregiudizio. Com’è difficile salire al vertice del processo ed ammettere, con Ovidio, che c’è qualcosa di divino nell’uomo!
Da Luciano Verdone, Valori che contano, “Note di Piscologia”, Edizioni Paoline, pp. 40, E. 5.

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