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L'Italia, donna bella e malinconica

Fra gli archetipi junghiani vi è quello della Grande Madre. In base ad esso, siamo portati a paragonare ad una figura femminile sia la Terra, sia la Patria. Ecco allora l'icona dell'Italia come donna bellisssima e maestosa, piuttosto giunonica, cinta in capo da una corona turrita... Ci sono stati pittori del Risorgimento che hanno amato e raffigurato tale icona. Ed essa è stata celebrata - ricordate? - persino nei francobolli. Ma cosa dice lo psicografologo? Che per il culto di tali immagini simboliche occorre una buona dose d'idealità. Ed essa, oggi, scarseggia. Ecco perchè le attuali celebrazioni per l'anniversario dell'unificazione suscitano riserve e contestazioni...


Fra i dipinti esposti alle scuderie del Quirinale, in occasione del centocinquantesimo anniversario dell’unificazione italiana, vi è una tela di Francesco Hayez raffigurante il ritratto di una giovane donna, dallo sguardo colmo di intensa malinconia, che stringe in grembo un libro dal dorso rosso sangue. Fu dipinta nel 1848, dopo le Cinque giornate di Milano e divenne l’emblema dell’Italia infelice e soggiogata.
Questa immagine è tornata inaspettatamente di moda ai nostri giorni perché evoca efficacemente uno stato d’animo diffuso. Il malessere per un mito che si dissolve, quello dell’unità nazionale.
Stiamo celebrando l’anniversario fra un coro di riserve e contestazioni.
Contro l’Italia unita si sono levate le voci della Lega, dei Meridionalisti, persino dei Cattolici …
La gran parte degli Italiani che, a mio parere, sente fortemente l’ideale nazionale, vive questa situazione con disorientamento ed angoscia.
Due, infatti, sono le emozioni più radicate nel cuore umano: l’istinto di sopravvivenza ed il sentimento di identità-appartenenza.
Se non poniamo un freno alle rivalse localistiche, noi Italiani rischiamo di regredire al frazionamento regionalistico che ha caratterizzato la nostra storia per secoli, tornando nell’orbita del controllo di entità straniere più coese e potenti.
“Bella e perduta”, è il titolo del libro dello storico Lucio Villari che si ispira ad un inno del Nabucco di Verdi. “Dal 1796 al 1870 vi è stato un tempo della nostra storia – scrive Villari – nel quale molti italiani non avuto paura della libertà, l’hanno cercata ed hanno dato la vita per realizzare il sogno della nazione divenuta patria. E’ stato il tempo del Risorgimento quando la libertà significava verità. Anzitutto sentirsi partecipi di una Italia comune, non dell’Italia dei sette Stati, ostili tra loro e strettamente sorvegliati da potenze straniere. La conquista della libertà “italiana” è stata la rivendicazione dell’unità culturale, storica, ideale di un popolo per secoli separato, l’affermazione della sua indipendenza politica”.
Si è osservato che l’unità d’Italia è stata fatta dai giovani. Giovani erano molti volontari dell’impresa dei Mille, giovani troviamo nello sfortunato sbarco di Pisacane e nella Prima guerra d’Indipendenza. Studenti furono per lo più i cinquemila volontari che si lasciarono massacrare a Curtatone e Montanara, il 29 maggio del 1848, per sbarrare il passo agli austriaci, nonostante il loro numero esiguo di fronte al nemico, come i trecento spartani alle Termopili … E di sangue giovanile si bagnò il terreno di Magenta, ove la strage fu così orrenda da coniare il termine “rosso Magenta”.
Chiediamocelo. Perché furono soprattutto i giovani a pagare il prezzo dell’unificazione? Perché quella è l’età degli ideali puri, incondizionati da calcolo e pregiudizio. Ma questi ideali oggi si sono oscurati.
Il pragmatismo, le ragioni economiche, il torpore egoistico del benessere, ci hanno portato a demitizzare le grandi idee che sono alla base della nostra identità nazionale.
Così ci siamo ridotti ad essere un popolo senza radici.

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