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  • I giovani, questi alieni

    Oggi, gli adulti corrono un grande pericolo. Quello di non riuscire più a credere più nei giovani, guardandoli come se fossero degli alieni e rinunciando a comprenderli. Così facendo, però, noi dimentichiamo che la demotivazione dei nostri ragazzi non è altro che il risultato di una crisi valoriale. C’è tutta una generazione che sta cedendo, disertando il cantiere ove si costruisce la città futura, perché il modello che noi proponiamo non è accettabile, perché la credibilità degli adulti è compromessa, perché siamo così aridi da non riuscire a trasmettere loro ottimismo e fiducia. I giovani hanno, infatti, una sensibilità speciale nell’intuire i punti deboli di un sistema. L’età giovanile è programmata, infatti, per rappresentare il mondo in termini di progetto, aspirazione, utopia. Quando il contesto culturale è senza orizzonti metafisici, pesantemente pragmatico ed opportunista, essi reagiscono o con la ribellione, attraverso ideologie estreme e violente, o con la depressione e la dissociazione delle droghe, o adeguandosi al cinismo del compromesso, dell’autoaffermazione e del denaro. Le patologie comportamentali dei nostri giovani sono dunque il segnale dì allarme di un organismo malato. Il loro può essere definito radicalismo frustrato, idealità profanata, amore deluso. Il dialogo fra adulti e giovani può essere fondato soltanto su una speranza affidabile. ..

  • Questa è l'Italia

    Italia, Italia. Antica e complessa. Com’è facile odiarti. Ma com’è difficile non amarti. Così apparentemente diversa, da regione a regione, ma, in fondo, così simile. Anche io, amo ed odio l’Italia. Ma non capisco chi non sa coglierne la complessità e l’omogeneità. Chi non riesce a collocare le espressioni regionali dentro gli schemi, profondi ed antichi, di una coscienza comune, fatta di lingua, religione, storia, territorio. Chi pretende di fare della parte un tutto e del tutto una parte. La Lega, ad esempio.

  • Perchè tanta tristezza?

    Quanta evoluzione nell'ultima manciata di anni. "Il mondo - ha scritto qualcuno - è cambiato più da quando sono nato ad oggi che dall'epoca di Giulio Cesare a quando sono nato".

  • A due mesi dal terremoto...

    Da quella notte, per molti abruzzesi, s’è rotto un equilibrio profondo, si è instaurato un rapporto diverso col mondo. Un’alleanza con l’ambiente, si è spezzata. La terra, simbolo di maternità, è divenuta, ad un tratto, malvagia, omicida. La casa, simbolo di protezione, si è trasformata in trappola, in bara. A distanza di due mesi da quell’indimenticabile notte del sei aprile, c’è qualcosa che trema ancora nella mente. Ed una parte di noi che è morta. Un nucleo di appartenenza che si è fatto buio. Perché, subito dopo l’identità soggettiva, c’è l’appartenenza alla famiglia, al gruppo, alla città, alla nazione. Ce ne vorrà di tempo per ricostruire, pietra su pietra, la città distrutta. Per riempire, nella mente, quel vuoto...

  • Scuola. I ritardi italiani

    Ho avuto la fortuna di partecipare, in questi giorni, a Lisbona, ad un incontro europeo di professori. Si ponevano a confronto i sistemi scolastici dei diversi paesi e, in particolare, la modalità di formazione dei docenti. Per cinque giorni abbiamo visitato scuole, ascoltato lezioni, incontrato studenti… Ho potuto, così, sviluppare alcune considerazioni...

  • L'Aquila, rischiamo di perdere una civiltà...

    Ogni città possiede una sua atmosfera originale. E, quando essa svanisce, non scompaiono solo gli edifici, ma un certo clima spirituale, un’“anima” modellatasi nel tempo, un particolare modo di vedere le cose. Solo una forte tenacia, unita a senso d’identità, potrà ridare vita a questa civiltà, severa e raffinata, schiva ed umana, qual è quella aquilana, simboleggiata dalle chiese quadrangolari che si stagliano, con i loro rosoni, sul verde cupo del monte. Ma una città come questa o viene ricostruita com’era o tanto vale cambiarle nome. Il sisma, in passato, l’ha distrutta altre volte ed è riuscita a risorgere uguale e migliore, benché con immensi sforzi. Accadrà anche questa volta? Voglio crederlo...

  • Che fine hanno fatto i film dalla comicità leggera...

    Cambiando i canali, in certe sere (sabato!) e su certe reti (Rai due, ad esempio, che pure è servizio pubblico, pagato attraverso un canone), ci s’imbatte in scene di violenza, sistematica, sconcertante, inaudita. Ci si chiede: Che fine hanno fatto quei film dalla comicità leggera, intelligente, adatti alla famiglia, tipici della nostra tv, specialmente in determinati periodi, come a Natale?. Ed ancora: Perché la televisione è cambiata tanto in questi ultimi anni? Possibile che la logica commerciale, la rincorsa selvaggia all’audience, debba prevalere su ogni altra valutazione, estetica o morale? Eppure, il contenuto degli spettacoli non dovrebbe essere indifferente a chi ha a cuore il benessere generale di una società. E il benessere parte sempre dai valori. Certi messaggi saranno privi di conseguenza per le persone mature ma non per chi è in fase evolutiva, per chi manca di un retroterra educativo bilanciante. Che rapporto c’è, allora, tra l’imbarbarimento della comunicazione e l’aumento di stupri, bullismo, droga? Se ammettiamo che il cibo ci condiziona (“Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei”), quanto più un essere simbolico, qual è l’uomo, creatore di sistemi significativi, dipenderà dal mondo delle emozioni che egli stesso produce? ...

  • Quella tristezza delle foto antiche...

    Ho visitato, l’altra sera, in un centro rurale, una mostra di foto antiche. Andavano dall’Ottocento agli anni Settanta. Scorci campestri e di paese, centinaia di volti. Emergevano alcune regolarità: la centralità del prete e del maestro, figure perno della civiltà semplice; l’importanza delle feste, unica forma di evasione in un ambiente asfittico; l’accoglienza solenne riservata ai personaggi in visita (vescovi, politici); l’importanza quasi fatale delle cerimonie nuziali, con i carri ricolmi di dote e le spose inesorabilmente racchiuse nel loro destino sacrificale; l’aspetto fiero, dominatore del maschio...

  • Ma la scienza può dare un senso alla vita?

    Siamo nel mondo da millenni ma il mistero è ancora fitto. Abbiamo aperto la pergamena che racchiude la cifra basilare della vita, però non sappiamo interpretarla. La scoperta del Dna è forse il più grande successo scientifico del ‘900. Fatta nel 1953 da James Watson e Francis Crick, essa ci mostra le informazioni genetiche presenti nel nucleo di ogni cellula. Ma un conto è leggere le parole registrate su una pagina, un conto è comprenderne il senso. La scrittura non è il pensiero ma il mezzo per trasmetterlo. Così, il Dna è il radiogramma della vita, non il senso, il fine della stessa. Perché esiste un universo così complesso? La vita serve solo per vivere, - mangiare, respirare, riprodursi - o è finalizzata a qualcos’altro? ...

  • Quando il Natale diventa un problema...

    Al Natale si può reagire in tanti modi. Con entusiasmo, indifferenza, rassegnazione. Persino con fastidio. Il Natale, infatti, in quanto tocca gli strati profondi della psiche, costituisce un autentico reattivo mentale.

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