
La caratteristica comune dei piccoli eroi di De Amicis è la loro origine italiana e il loro valore, sempre frainteso alle origini. Ferruccio, ammonito dalla nonna, versa il suo sangue per salvarla, il piccolo scrivano fiorentino viene rimbrottato dal padre che non lo capisce, il tamburino sardo viene biasimato come pelandrone dal capitano che non ha capito la gravità della sua ferita, il patriota padovano non accetta l’elemosina di chi disprezza l’Italia. Il loro eroismo sorge a volte spontaneo, come un’”intuizione cieca e fulminea”, altre volte è maturata attraverso sofferenze e ripensamenti, dubbi e scoramenti (come per Marco in cerca della madre e per il piccolo scrivano fiorentino) Si tratta di racconti brevi, ad eccezione di Dagli Appennini alle Ande, che occupa invece buona parte dello spazio riservato al mese di maggio. Paradossalmente, proprio queste storie, che tendevano ad educare ai costumi e all’etica dell’Ottocento, nonostante il loro tono estraneo al contesto generale ( tanto che più volte è stata proposta un’edizione ridotta di Cuore, comprensiva dei soli racconti), siano oggi, dopo che sono state disattese le condizioni storiche insite nella loro genesi, le più anacronistiche e contestate. Eppure questi racconti sono tanto legati alla economia del libro che il regista Comencini non ha voluto rinunciarvi nella regia del suo film e li ha inseriti come proiezioni di film muto.
“ Tradurre i racconti in immagini ha permesso di dare a queste pause un’ampiezza ancora maggiore di quella che hanno nel libro . Il gusto con cui sono stati girati è fra il commosso e l’ironico, in sintonia con lo stile del cinema muto e dello spirito di tutto lo sceneggiato”

Benedetta Colella








