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L'InDIOTIMENTO DEL DIO CLAUDIO

Le burrascose vicende post-mortem da cielo ad inferi di claudio, l'imperatore mentecatto.

Che Seneca non sia stato un fulgido esempio di coerenza è cosa risaputa; che, indottrinando l’alunno Nerone, abbia corrotto mezza Roma è altrettanto noto, ma che, oltre alle serie lezioni di stoica moralità impartite a Lucilio, abbia composto una satira, infamando l’imperatore appena morto per propagandare il suo pupillo neoeletto, è cosa indelicata. La dinastia giulio-claudia aveva fondato la propria legalità nella parentela con gli dei, prima per radici lontane (discendenti di Enea, figlio di Venere), poi tramite la divinizzazione post-mortem dei principes predecessori, poi mediante l’apoteosi in vita (nella sfortunata parentesi caligoliana).
Seneca prende spunto da questa consuetudine per immaginare, secondo un filone letterario caro a Luciano di Samosata e noto come satira menippea, l’ascesa al cielo di Claudio, lo zoppo, impopolare predecessore di Nerone. Inizialmente incontriamo le Parche, che non si decidono a tagliare il filo della vita dell’imperatore, quasi che fosse un burattino, poi un concilio degli dei, indignati per l’annessione forzata di Claudio nell’Olimpo voluta dagli uomini, infine, dopo l’intervento di Augusto, l’escamotage finale: Claudio viene scaraventato negli Inferi, dove incontra le mille vittime della sua cruenza ed è costretto a trascorrere l’eternità giocando a dadi (sua passione preferita in vita, adatta però più ad un fanciullo che ad un sovrano)con un bussolotto rotto.
Una fine così lirica (le sorti di Claudio mantenevano qualcosa di mitico, il ricorso alla pena sine tempore che già fu di Tantalo, di Atlante e di Prometeo) non soddisfa la la vena poetica: così Claudio è venduto come schiavo a Caligola, poi donato ad Eaco e infine impiegato come uditore giudiziario (si noti la legge del contrappasso: Seneca era stato esiliato in Corsica da Claudio senza processo regolare!!!). Particolarmente interessante è il discorso di Augusto, che qui riproduco nella mia traduzione (X, 1-XI,5” Mi siete testimoni che da quando sono diventato un dio non ho mai parlato e mi son sempre fatto gli affari miei.Ma non posso più trattenere l’indignazione e controllare il dolore, che il pudor rende più gravoso. Per questo ho riportato la pace in terra e in mare? E ho rifondato la città, l’ho ornata con i monumenti per…Non so che dire; le mie parole sono soffocate dall’indignazione.Devo rifugiarmi nel detto di Messala Corvino: “Mi vergogno di governare”. Costui (Claudio ndT), che a voi sembra incapace di far male ad una mosca, uccideva uomini più facilmente di quanto defeca un cane. Ma perché parlare di tanti e tali uomini? Non c’è tempo di compiangere le stragi pubbliche per chi soffre per i mali privati. Dunque tacerò di quelle e parlerò di questi…Costui. Che per tanti anni si nascosto sotto il mio nome, mi ha restituito questo favore: ha ucciso due Giulie, mie nipoti l’una con la spada, l’altra per fame e Silano…Dimmi, dio Claudio, perché hai condannato questo e quelle prima di sapere i misfatti, prima di ascoltarli? Dove può accadere questo? Non accade nemmeno in cielo”.