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TI GUARDO, MA TI VEDO?

La sfera semantica del guardare in Omero

Nel suo fondamentale La cultura greca e le origini del pensiero europeo, Bruno Snell ripercorre l’intero corpus omerico alla ricerca delle espressioni e dei verbi che afferiscono alla sfera verbale della vista.
Da lì apprendiamo che derkomai vuol dire “avere un determinato sguardo” ed è spesso accompagnato dall’avverbio. In pratica, l’atto del guardare è percepito da un’altra persona che interpreta il valore dello sguardo o, per dirla con le parole dell’insigne studioso, “ la particolare facoltà dell’occhio di trasmettere ai sensi dell’uomo determinate impressioni”.
Allo stesso modo paptaino, che diventerà in breve tempo desueto, indica il guardarsi intorno con circospezione o con apprensione: è uno sguardo che trasmette diffidenza. Non è un caso che entrambi i verbi non siano mai attestati alla prima persona singolare: chi parla non può infatti arguire l’effetto che il suo sguardo procura agli interlocutori.
Leusso è in questi casi il verbo più utilizzato: indica con quale sentimento un uomo guarda qualcosa ed assune connotati di fierezza nello sguardo, dando valore all’oggetto visto (capace di suscitare sentimenti), più che all’atto del vedere in sé.
Ossomai è il verbo di chi guarda con apprensione qualcosa ed è usato anche nel senso figurato di “prevedere una disgrazia”.
Theoreo, dalla cui radice si sviluppa il vocabolo “teatro”, implica l’essere spettatore di un’azione che non coinvolge direttamente chi vede ed è il più adatto ad esprimere l’ammirazione disinteressata per qualche cosa. Il verbo è quindi un intensivo del più comune orao, che ingloba del suo paradigma anche il tema di idein. In un mondo molto legato ai sensi, l’aver visto una cosa, equivale al conoscerla: per questo motivo oida, perfetto politematico di orao, non vuol dire semplicemente “ho visto”, ma poiché implica il protrarsi nel presente di quell’azione, viene a significare “io so”.