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POLIS: UNA PAROLA DI DIFFICILE TRADUZIONE

Il grande giurista Ugo Enrico Paoli si scaglia contro la definizione di "città-stato".

I professori più tolleranti ammettono ormai da tempo che la parola greca polis sia semplicemente traslitterata nelle traduzioni: si accorgono infatti che essa comprende una tale gamma di significati da non poter essere racchiusa in una formula, per quanto complessa come “città stato”.
Manca alla polis, per essere una città, l’assetto urbanistico del nucleo abitativo: Sparta, ad esempio, era costituita katà komas, per aggregazione di villaggi, mentre Atene era divisa tra l’astu, la cittadella vera e propria, e il Pireo, il porto, fondamento della potenza navale attica.
Manca alla polis, per essere uno Stato, una strutturazione sovraindividuale: in altre parole, non si costituisce in ente di diritto pubblico e non si diversifica né si sovrappone alla massa indistinta dei cittadini., pur concedendo diritti politici ai suoi cittadini.
Sappiamo come la sussistenza di poleis separate tra loro abbia inficiato per secoli la possibilità di un’organizzazione nazionale: va però considerato che i Greci possedettero fortissima una coscienza nazionale che li diversificava dai “barbari” e questa traspare non solo nella letteratura, ma anche nei resoconti dei giochi panellenici (Olimpici, Istmici, Pitici e Nemei) e nei culti religiosi.
Proprio la forte consapevolezza dell’”esser greci”, però, imponeva a tutti la partecipazione alla vita politica e quindi l’appartenenza ad un nucleo ristrettissimo in cui ognuno potesse far sentire la propria opinione e il proprio peso politico.