
Orazio si immagina così:stempiato, tarchiatello, pieno di una sorridente bonomia, amante della “venere facile” e dei piaceri della tavola. Nelle sue Epistole, che sono raffinate composizioni in endecasillabi, ci insegna a non ricercare in un futuro incerto o in un passato irriproducibile le basi della felicità, ma di godere del poco che la vita concede.
Il suo destinatario nell’Ep. 1.4 è Albio, probabilmente Tibullo, legato da vincoli sodali con il poeta di Venosa; l’occasione, salutare l’amico ritiratosi nella sua villa Pedana (tra Tivoli e Roma), si apre ad un’ampia e divertita fotografia della situazione idillica di ogni vita.
L’epicureismo che permea l’epistola è talmente evidente che lo stesso Orazio si permette di smitizzarne la vena filosofica, autodefinendosi “porco del gregge di Epicureo”, riprendendo le parole dei detrattori di Epicureo, sgomentati da una visione ristrettamente focalizzata sulla ricerca del piacere (cfr. Cic. In Pisonem 37).
“Albio, imparziale critico dei miei Sermoni, che cosa dovrei consigliarti di fare oggi nella zona di Pedo? Scrivere qualcosa che superi i libelli di Cassio Parmense o passeggiare per i boschi salubri in silenzio , meditando su tutto ciò che è degno di un uomo saggio ed onesto? Non eri né sei un corpo senz’anima; gli dei ti concessero i doni e l’arte di goderne. Che cosa può augurare di più al suo dolce protetto una nutrice, se non che possa provare sentimenti e saperli esprimere e in che ospiti in sé la bellezza, il successo, la salute e uno stile di vita decoroso, sempre che non sia vuoto il portafogli? Tra la speranza e la preoccupazione, tra le paure e gli sdegni, considera che ogni giorno della tua vita sia per te l’ultimo; ti giungerà gradita l’ora che non si è sperata. Quando vorrai stare in compagnia, vieni a trovare me, grassottello e lucido porco del gregge di Epicureo dalla pelle ben curata”

Benedetta Colella








