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STUPIAMOCI CON OMERO

La ricorrenza del verbo thambeo nei poemi epici

In concorrenza del perfetto tethepa, con valore di presente, il verbo thambe o indica lo stupore che assale l’uomo quando si imbatte nella manifestazione della divinità.

La radice è taph ed il theta si recupera per la dissimilazione dell’aspirata espressa dalla legge di Grassmann; tra i sostantivi relativi al tema si trova infatti tanto thambos quanto taphos.

Dell’utilizzo di questo verbo in Omero si è occupata di recente Ludovica Radif in. Maia LIII(2001),f.2 pp.445-449.
La studiosa nota una antropomorfizzazione della semantica in questa radice nel passaggio dall’Iliade all’Odissea.
Mentre nel primo caso, infatti, è correlata alle apparizioni degli dei, nel secondo si estende anche alle azioni degli eroi Telemaco ed Odisseo (anche nelle mentite spoglie con cui ritorna ad Itaca)
. Solo nel primo libro ai vv.360-361( formularmente anche nel ventesimo ai vv.354-355), il verbo è riferito anche ai sentimenti di Penelope
.
La spiegazione più evidente di questa inaspettata inclusione nell’universo tradizionalmente maschile degli eroi di una donna sta nella formularità del passo che attribuisce a Penelope i sentimenti e lo stupore che furono del figlio Telemaco.

La studiosa, però, immagina un’epopea tutta al femminile, in cui la regina di Itaca si fa coraggio e si veste dei panni di una donna di oggi.

Se potete, leggete la Penelopeide della Radif: in tema di festa delle donne, il suo anacronistico intervento non giunge a sproposito.