DOVERE O PIACERE? LA SCELTA DI DIONISO NELLE Rane

Metaletteratura e commedia in Aristofane

La Commedia antica arcaica è caratterizzata dalla totale aderenza alla situazione sociopolitica ateniese.

E’, mi si perdoni la blasfemia, la bella copia degli attuali programmi di satira televisiva.
Per suscitare il riso negli spettatori non si disdegna di indulgere in volgarità e nonsense, ma lo scopo finale è di far riflettere su contingenze politiche.

Pertanto, non ha molto senso parlare di metaletteratura per le Rane di Aristofane
. E’ vero che, per la prima volta, in un’opera letteraria si affrontano problemi di letteratura, cioè la commedia racconta di una singolar tenzone tra due grandissimi tragediografi, ma è vero anche che Eschilo ed Euripide sono emblema di due concezioni opposte di intendere la vita e l’arte.

Sono convinta che anche chi ignori le opere drammatiche dei due poeti possa godere appieno della leggerezza della commedia.

La trama è presto detta: Dioniso e il suo servo Xantia, avendo nostalgia dei grandi tragici, decidono di scendere nell’Ade per riportare in vita Euripide. Per fare ciò, il dio si veste da Eracle, che era già stato nell’Ade e, con la pelle di leone indossata durante le dodici fatiche, chiede un passaggio per l’Oltretomba.

Inutile aggiungere che Xantia, caricatura del servo frustrato della commedia, va a piedi portando un enorme fardello e imprecando contro il padrone.

Eracle non ha lasciato buoni ricordi nella sua permanenza nell’Ade: arriva un gruppo di creditore, che imprime una sonora lezione ad un Dioniso sempre più sconcertato
.
La colpa, evidentemente, è della pelle di leone: senza complimenti, il dio impone a Xantia di indossarla, rendendosi così capro espiatorio. Non prevede certo che un gruppo di prostitute, esaltate dalle prestazioni erotiche di Eracle nella visita precedente, si rechino dal costernato Xantia invitandolo per la cena e per la notte.

Da ciò deriva un comico scambio di ruoli al termine del quale c’è una doppia agnizione: una comica tra Xantia e un servo dell’Ade che riconoscono la loro natura di servi dalla comune propensione a parlare male dei padroni e l’altra, più solenne, in cui Dioniso si svela come tale ed è prescelto come giudice per una gara sulla supremazia tra Eschilo ed Euripide.

Euripide è fantasmagorico: accusa Eschilo di ridondanza, di poca chiarezza, viviseziona ogni parola del prologo, secondo le tecniche sofiste ed è spalleggiato da un gruppo di malfattori che da lui hanno imparato a tradire, ad uccidere e ad evitare i doveri.

L’autore dell’Orestea ,sdegnato, rampogna Euripide di aver corrotto gli ateniesi con i suoi esempi immorali e di ripetere ad oltranza le stesse strutture metriche.

Dioniso, che pure era sceso nell’Ade per Euripide, si rende conto che alla città in deriva serve più un Eschilo dai grandi valori che un Euripide fumoso e corrotto; pertanto tra la gioia del coro lascia Euripide sul trono dell’Ade e porta in trionfo, sulla terra anelante di buoni esempi, Eschilo.

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