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LA NECESSITA’ DEL GRECO

Utilità ed etica delle lingue classiche

Se il latino e greco ricevono oggi il più grave attacco da parte della cosiddetta modernità e vengono tacciati di anacronismo e di sterilità, è perché probabilmente non si è saputo vivificarli con gli input tecnologici tanto vicini ai giovani e la riforma della didattica si è tramutata in una banale, vuota, riprovevole semplificazione dei contenuti che, strutturati come le nostre grammatiche propongono, sono sì davvero inutili.

Sono fermamente convinta che conoscere a menadito le eccezioni della terza declinazione e citare a memoria tutti i verbi che presentano l’aoristo secondo non significhi né conoscere il greco né introiettare valori e stimoli delle civiltà classiche.

Non sono d’accordo nemmeno con chi ci disegna Vestali del tempio della cultura, custodi severe di un mondo scomparso, Catoni e Savonarola del progresso tout court.

Secondo me, è necessario operare un severo distinguo tra il latinista e il grecista, appassionati e fini conoscitori della lingua e della cultura greco-romana, e lo studente di liceo, coartato dalla famiglia e dalle ambizioni a misurarsi con grammatiche ostiche e di apparente poca utilità.

E’ bene inculcare, dunque, ai nostri giovani l’idea che il latino e il greco non sono il fine della loro carriera scolastica, ma il mezzo attraverso cui svilupperanno autonomia di pensiero e capacità di problem solving.

Per parlare metaforicamente, il latino e il greco sono raffinati strumenti di una palestra della mente, che tonificano la memoria, l’abilità logica, la creatività e la capacità di confronti; come si fa sport per trovare uno sfogo e scolpire il fisico, così si studiano le materie di indirizzo del nostro liceo per essere persone migliori e più valide.

Se fine e mezzo si sovrappongono, se il buon voto in latino e greco diventa passaporto per un’estate tranquilla e non per un approccio consapevole e fruttuoso alla vita, la scuola ha fallito il suo compito.

Del resto, nelle secolari querelles tra antico e moderno, non è mai stata attaccata la valenza pedagogica delle lingue antiche: nel tavolo degli imputati ha invece spesso trovato posto la boria effimera dello studioso. Erasmo da Rotterdam descrive nel suo Encomium moriae la beota follia del filologo che esulta al ripristino di un codice o al reperimento di una nuova lezione di un passo di Cicerone; Huysmann, alla fine del secolo, si rivolgeva con disgusto all’indirizzo dei latinisti, sottolineando la noia soporifera delle Georgiche, la vuota banalità di tante altre opere custodite e studiate solo per la loro patina arcaica.

Anche quando la questione della lingua si sviluppò in un monito allo svecchiamento della stantia cultura italiana, non si accusarono i classici, ma la loro ripetizione pedissequa da parte degli epigoni.

Per riproporre una efficace (anche se abusata) metafora rinascimentale, noi siamo nani sulle spalle dei gigantie dobbiamo far nostro quel patrimonio di valori e cultura che gli avi di Grecia e di Roma ci hanno trasmesso attraverso i secoli.

Chi non conosce la storia è costretto a riviverla, disse Chesterson: alla luce di ciò è bene conoscere il latino e il greco sia per il loro valore endemico sia per le strutture logiche sottese alla loro lingua.

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