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IL MISTERO DELLA CICUTA BEVUTA

Il Fedone tra letteratura e buon senso

Questo racconto della morte di Socrate è una delle più alte pagine che la storia dell’uomo abbia scritto scrive Manara Valgimigli, e non a torto.

Delle tante pagine che Platone dedica a Socrate, quella di più alto afflato lirico, di più completa resa drammatica, quella dalle ambientazioni più curate e convincenti si trova proprio nel Fedone ai paragrafi 116 A/ 118 A.

Ad una prima lettura si rimane affascinati dalla grandezza divina del filosofo, che si impegna a discettare dell’immortalità dell’anima e della necessità di obbedire alle leggi mentre potrebbe fuggire ed evitare una condanna a morte ingiusta e imposta su basi fumose e vane; rileggendo e rileggendo l’opera, però, ci si accorge che qualcosa stona nell’intelligenza complessiva del racconto.

Non mi riferisco solo al modo in cui viene trattata Santippe, la moglie convenzionalmente tiranna che la tradizione ha voluta affiancare a Socrate, forse per motivarne l’esistenza on the road con l’impossibilità di far fronte ai continui rimbrotti domestici.

La Santippe che ci presenta Platone, invece, è una donna preoccupata per il marito, in lacrime per la vedovanza ormai prossima, scacciata da Socrate a motivo delle sue lacrime, che potrebbero turbare l’atarassia dei suoi ultimi momenti.

Da studenti, ci siamo tutti ribellati all’immagine di questa donna negletta, criticata quando sarebbe dovuta essere compatita, allontanata e poi riaccolta e infine nuovamente cacciata, sola con il suo dolore e la sua preoccupazione.

Oggi siamo più pronti a calare la situazione nel contesto storico di riferimento e ad accettare che la donna in Grecia era così trascurata, così avulsa dal contesto sociale da giustificarne l’ estromissione nel momento civile per eccellenza dell’esperienza biografica di Socrate.

Qualche perplessità è suscitata anche dall’intera teoria dell’anima di Socrate e, più in là, di Platone, che varia di opera in opera e che, nel Fedone anticipa l’idea cristiana di una vita eterna oltre la morte, di uno stato di beatitudine e perfezione a cui l’involucro del corpo non può ambire.

Ma è la morte in sé che mi da sempre turbato. E’ dunque così facile morire?

Dopo aver bevuto la cicuta, Socrate cammina un po’ nella stanza, poi, quando le gambe si intorpidiscono, si sdraia aspettando serafico che un gelo di morte si impossessi dei suoi arti per risalire dolcemente fino a stroncare il cuore.

La sua ultima raccomandazione, quando ormai Ade sta per ghermirlo, è di innalzare un ex voto ad Asclepio, dio della medicina, che con la cicuta lo guariva per sempre dal male di vivere.

Di quanto Platone ha calcato la mano? Quanto è vera oltre che verisimile questa edificante scenetta?

Molto è la risposta alla prima domanda, pocoalla seconda!

La Cicuta o Conium maculatum, infatti, ha tra i suoi principi attivi la coniina, un alcaloide che paralizza i centri nervosi e porta alla paralisi respiratoria; effetti collaterali sono una certa fissità di sguardo e un ridicolo singhiozzo che in nulla si addice alla fine gloriosa di un grandissimo filosofo quale senza dubbio Socrate fu.

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