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ASPETTANDO IL LIBRO

Alberi e pellame, rotoli e codici

Ne Il castello dei destini incrociati, Italo Calvino immagina che un gruppo di perone si ritovi in un castello e perda per uno strano sortilegio la possibilità di parlare. In assenza di materiale scrittorio, prende a raccontare la propria storia tramite sequenze diverse di carte da tarocchi.

L’allegoria è chiara: la necessità di raccontare e raccontarsi è un bisogno primario dell’uomo, da soddisfare anche se mancano i requisiti minimi di comunicazione, la voce e la carta.

Inutile dire che l’insigne intellettuale non sbaglia: dai ritrovamenti archeologici nella Mezzaluna fertile, si evince che la scrittura è addirittura preesistente ai Sumeri, tradizionali inventori e che, prima di stilizzarsi nella grafia fonetica ha esperito mille tentativi.

Nella scrittura protocuneiforme, infatti, ad ogni oggetto corrispondeva un segno grafico diverso; per aiutare la memorizzazione di tanti grafi, allora, i supporti argillosi su cui si scriveva venivano scolpiti nelle fogge più simili ai contenuti espressi nella scrittura.

L’argilla era però troppo costosa e facilmente deteriorabile: per questo cedette facilmente il posto al papiro.

Qualità e dimensioni del foglio di papiro cambiarono secondo le mode e i tempi: generalmente, i più preziosi sono quelli antichi, provenienti dall’Egitto, che, per il clima caldo- secco ivi vigente, è particolarmente adatto alla proliferazione del cyperus papyrus, l’albero dalla cui linfa si estrae l’estratto di papiro.

Un foglio di papiro mediosi estendeva per 4/5 metri ed era alto una trentina di centimetri: si arrotolava fino a raggiungere la forma del cilindro e si srotolava nella lettura.

Immaginate che scomodità leggerne la fine, mantenendo per esteso quattro metri di foglio: i tascabili erano ancora lungi dall’essere inventati!

Parallelamente al papiro, che per la difficoltà della lavorazione era destinato a documenti importanti, conviveva il caudex (da cui codice), una sorta di quadernetto con pezzi di legno e mazzetti di pergamena cuciti insieme.

Un primo tentativo di utilizzare quest’ultimo anche per la letteratura importante è attestato da Marziale, da cui sappiamo anche che l’iniziativa non ebbe successo commerciale (quasi come oggi mancano i libri paperback dalle biblioteche di prestigio; i bibliofili infatti amano non solo il contenuto di un libro, ma anche il contenente, cioè l’oggetto stesso, soprattutto nelle edizioni di lusso).

Secondo la suggestiva ipotesi di T. C. Skeat, i caudices vennero utilizzati dalla popolazione più povera: alla comparsa del Cristianesimo, i diseredati che lo seguirono dapprima, non potendo permettersi economicamente il prezioso rotolo, ripiegarono sull’utilizzo del codice per tramandare la buona Novella.

Il Verbo si diffuse pertanto nela forma economica e divenne tradizione, anche per i ricchi fedeli, declinare la produzione cristiana con il taccuino; di questa innovazione, poi, beneficiarono i missionari, nei bagagli dei quali il codice occupava meno spazio.

I popoli evangelizzati, così, collegarono direttamente la parola di Dio al libro e così presero ad usare questa foggia anche per altre prove; alla luce di ciò, con l’estinguersi del mondo pagano, tramontò anche il rotolo di papiro, simbolo di quella cultura.