Questo sito contribuisce alla audience di

ADDESTRATI A MORIRE

A Sparta non erano ammessi invalidi, grassoni e ricchi

Gli antichi pensavano che il nomen fosse omen, ossia che nella denominazione stessa fosse racchiuso il destino di una persona o di una terra.
Se così fosse, la famiglia Manfredi, attribuendo al pargolo il nome del più pettegolo storico dell’antichità, quel Valerio Massimo da cui apprendiamo buona parte dei pettegolezzi imperiali, avrebbe designato la carriera del figlio.
A differenza di altri lavori dello stesso, lo scudo di Talos non mi è piaciuto molto, perché lo Spannung, oltre che prevedibilissimo, viene svelato troppo presto così che la seconda parte del romanzo diventa molto meno appassionante.
Quello che incanta è invece il ritratto di Sparta, dei suoi eroismi e delle sue viltà, dei suoi costumi così lontani dalla grazia e dalla cultura che la Grecia ci trasmette.
Oggi, l’antica Lacedemone è un borgo di appena mille abitanti dove invano cercheremmo vestigia dell’antico splendore: la gloria della polis non si estrinsecò mai in opere pubbliche, ma fu fine a se stessa e cercò nella furia bellica la sua unica legittimazione.
Guardiamo le puerpere in un qualsiasi ospedale: giocano con il loro bambino, inventano nomignoli, ricevono visite di parenti e amici, tutti attenti a che il bimbo non si raffreddi,non inali microbi, non si ammali. Al bimbo spartano non erano riservate queste premure; al contrario, nei primi mesi di vita veniva esposto ad ogni intemperie per irrobustirsi e, se si ammalava o se, per un difetto di nascita risultava imperfetto, veniva buttato via, esposto alla furia delle bestie o alla compassione di forestieri.
Questa non era che la prima delle prove a cui il fanciullo era sottoposto: strappato alla famiglia in tenera età, veniva educato alla lotta e alla gagliardia fin dai primi anni di vita e viveva in comunità con i coetanei, quasi dimentico di avere una famiglia e di dovere ad essa dei vincoli di affetto.
Diventare adulto non significava certo affittare una discoteca a diciotto anni: alla prima barba, il giovane veniva portato fuori Sparta, dove permaneva un anno per poi rientrare a sottoporsi a pubblica fustigazione: i ragazzi svenivano di dolore, ma non invocavano pietà, dimostrando così di essere virili e pronti per diventare uguali. Tra di loro, infatti, adottavano questa terminologia, che ricorda un po’ il compagno del comunista; i soldati vivevano insieme nelle sissizie, pranzavano nelle mense comuni una brodaglia nera che disgustò più di un forestiero venutone a contatto al punto che si disse spesso che, abituati a quella vita, gli Spartiati non avevano ragione di temere la morte.
Non è una battuta e, se penso ai kamikaze che votano la vita alla causa del terrorismo, non posso fare a meno di pensare che far vivere la gente in condizioni disumane sia, per le dittature dell’Est, la migliore caparra per una fedeltà a prova della vita.
Le donne spartane non conducevano una vita migliore: erano scelta in base alla loro bellezza (con canoni estetici del tutto diversi dai nostri: le bodybuilder avrebbero avuto gran successo!) dopo aver fatto sport completamente nude davanti ai loro pretendenti che così si assicuravano della reale bellezza della sposa Diventate madri, sapevano di aver partorito dei figli mortali: prima di ogni combattimento, in una cerimonia pubblica, esortavano il soldato a tornare o con lo scudo o sullo scudo, ossia o vittorioso o morto eroicamente.
Se pensiamo all’ansia delle nostre madri durante una semplice partita di calcetto, ai moniti a non correre, non sudare, non stancarsi, ci accorgiamo di quanto siamo noi per cultura distanti da quel mondo.
Con questa vita, non c’era sicuramente pericolo di ingrassare, ma, se malauguratamente ciò fosse successo, non c’era spazio per il diverso: il ciccione era scacciato dalla città ed evitato da tutti, quasi come i vigliacchi, “coloro che hanno tremato” e non sono morti in guerra con il loro contingente in caso di sconfitta.