ELOGIO DELLA FOLLIA

Il capolavoro di Erasmo da Rotterdam, mai così attuale

Tutti noi ci siamo divertiti e appassionati leggendo l’Elogio della follia; se qualcuno dei miei lettori più giovani ne fosse ancora digiuno, si precipiti in libreria. E’un’opera che diverte e fa pensare, indispensabile nel bagaglio culturale dell’Occidente.

Se non fosse per questo libello, scritto in pochi giorni come divertissement letterario, Erasmo da Rotterdam, scrittore quanto mai copioso, adulato ai suoi tempi fino alla venerazione, oggi sarebbe presidio di pochi studiosi di teologia
.
I suoi libri, che un tempo andavano a ruba, oggi dormono indisturbati nelle biblioteche, per usare un’espressione di Stephen Zweig, lo sfortunato intellettuale antinazista che scrisse un’appassionata biografia del letterato olandese e che morì suicida non tollerando di vivere in un mondo ancora imporporato dai delitti hitleriani.

Oggetto della bonaria ironia erasmica è Thomas More come traspare dal titolo latino dell’opera, dove, per indicare la follia, non viene utilizzato il canonico sostantivo stultitia, ma il grecismo moria, acutamente assonante con il cognome dell’amico.

Solo in apparenza il libretto si collega alle esercitazioni retoriche nate in ambiente sofistico e volte all’apologia di concetti o oggetti indifendibili come bieco esercizio retorico: Erasmo utilizza l’espediente letterario per puntare il dito sugli abusi dell’epoca, sulla corruzione ecclesiastica e sulla violenza principesca, aggirando la censura.

La follia, nella sua prosopopea, si rivolge in prima persona alle varie classi sociali, dimostrando che, senza il suo aiuto la vita sarebbe invivibile. Rampognate ai contadini, che si ammazzano di fatica mattina e sera, ai medici, ai giudici si susseguono senza sosta; Erasmo non rinuncia all’autoironia, dileggiando gli studiosi, che perdono la vista e il senno per il possesso di un manoscritto antico, che impazziscono di gioia ala scoperta di una variante filologica che arricchisce un apparato critico.

Fossero questi i problemi della vita! Eppure questi bambinoni completamente avulsi dalla realtà vengono stimati e apprezzati più delle classi produttive.

Il tono ironico diventa beffardo e aspro quando sotto accusa salgono i vertici della Chiesa: non è forse la follia, dice Erasmo, a spingere i cardinali a vivere nello sfarzo, quando dovrebbero imitare Gesù nella povertà? Non è pazzia gioire per la fumata bianca dell’habemus papam, quando il pontefice si carica, come Cristo, di ogni croce?

E sapendo che ci sarà un giudizio universale, non è forse irrazionalità pretendere prebende, vendere uffici sacri, concupire donne, esercitare simonie, nicolaismi, concussioni?

Un attacco durissimo alla Chiesa, quello di Erasmo, ma inattaccabile dalla censura: se è la Pazzia a parlare, non è logico che dica cose senza senso?

Con la sua garbata ironia, Erasmo indicava con precisione quegli atteggiamenti della Chiesa che più in là la riforma combatterà: per natura alieno da ogni forma di contesa, l’umanista di Rotterdam avrebbe voluto ricondurre la Chiesa in un alveo più spirituale senza allontanarsi con scismi e ribellioni dal suo seno.

Sarà il pugno rustico del dottor Martin Lutero a frantumare ciò che la mano di Erasmo, armata della sola penna aveva delicatamente tentato di sanare.

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