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L’ANTOLOGIA PALATINA

Pregi e limiti della più famosa raccolta di epigrammi del mondo greco

Non ha avuto una grande idea l’anonimo compilatore dell’Antologia Palatina: certo, grazie a lui e al monaco Planude abbiamo conservato una percentuale notevole di antichi epigrammi greci, ma affastellati così, senza alcuna cura del particolare, raggruppati come pecore a seconda dell’argomento, resi noiosi dalla continua ripetizione di immagini e topoi, perdono gran parte del loro fascino.

E’ paradossale (acc…mi ero ripromessa di non usare più questo aggettivo da quando ho scoperto che Voltaire era solito lamentarsi di non aver mai conosciuto nessuno che utilizzasse il termine paradossale e non fosse un cretino), è paradossale, dicevo, che l’epigramma, che doveva ornarsi della sua stessa lepidezza, velocità ed intangibilità, ci sia stato trasmesso attraverso la più estesa antologia del mondo.

Scrisse Cirillo, un altro ad arricchire la costellazione di epigrammisti minori, che “L’epigramma di un distico è bello; se tocchi i tre versi/ tu compili un poema, non scrivi un epigramma

Può essere dunque un capolavoro, ma più spesso, ahimè, è una banalità; oggi è poeta chi sa leggere i propri sentimenti, scandagliando l’intimo e non è prioritario neppure comunicarli al lettore: Luzi, il più grande poeta vivente, da anni candidato italiano al Nobel, è praticamente incomprensibile e il suo fascino (e la sua intraducibilità, che non lo fa amare dal comitato svedese) sta nella difficoltà di interpretazione.

Il poeta ellenistico, l’epigrammista in particolare, è un burlone, tutto tronfio della sua cultura, intriso in una rete intertestuale di rimandi e citazioni del tutto estranei dall’immagine tormentata e complessa del suo collega contemporaneo.

Anche in questo, la sorte dell’epigramma si è mossa con moto contrario alla sua genesi: inizialmente nato come epitaffio, come estremo saluto al defunto sulla tomba, come immagine immediata nata dalle sofferenze dello spirito, l’epigramma si è trasformato da poesia d’occasione (secondo la nota definizione di Goethe in poesia libresca che ha bisogno di servirsi di una presunta occasione.

Pertanto, l’epigrammista di professione comincia a specializzarsi; c’è chi si occupa di critica letteraria, chi di epitalami, chi di epitaffi, chi addirittura, su esempio di Leonida, di scheletri.

Ma, quando arrivano l’utile e il commerciale, il poetico va via.