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L’ESPEDIENTE DELL’ANONIMO

Un pastiche secentesco nell’introduzione a I promessi sposi

E’ curioso che il più grande romanzo della letteratura italiana si apra con una parola latina, historia ed è altrettanto rimarchevole che anni di meditazioni manzoniane sulla possibilità di una lingua nazionale diano come primo frutto un pastiche secentesco non alieno da metafore roboanti, salti stilistici, vuote formule del più vieto stile barocco.

L’anonimo, con il suo servilismo, con il suo gusto dell’orrido (quei cadaueri rianimati dalla storia sono significativi della tendenza al macabro propria del seicento) e con le sue lungaggini si offre, facile bersaglio, agli strali ironici del suo ideatore.

Manzoni fa suo un topos che già fu di Ariosto e che fece mostra di sé nel Don Chisciotte di Cervantes e in diversi romanzi di Walter Scott, per non parlare dell’Ossian, quello di demandare da sé la responsabilità dei contenuti invocando un fittizio primo autore da cui dipendere.

Sicuramente non si tratta di dichiarazione di modestia: l’anonimo si fa capro espiatorio di tutte le pecche stilistiche e morali che Manzoni contesta al percorso storico dell’essere umano. Stilisticamente, la sua introduzione assolve ad una duplice funzione: dimostrare di essere padrone dei virtuosismi lessicali e metaforici che tanto piacevano (e piacciono) all’intellighenzia e dimostrare dal confronto la superiorità di uno stile piano rispetto alle trovate ciceroniane del Seicento.

Moralmente, invece, l’anonimo si dimostra servile nella complessa metafora del governo spagnolo come radiosa costellazione e dei governanti tutti come giganti a cento braccia e mille occhi per “trafficare nei pubblici emolumenti”, ironica vox media tra le più felici dell’introduzione, irrazionale nel ricorso al diavolo come unica causa dei mali presenti (e noi quasi lo immaginiamo gridare all’untore durante la peste), omertoso nel tacere i nomi dei personaggi famosi implicati nella vicenda.

Dal contrario, come al solito, percepiamo la posizione illuministica e indignata di Manzoni nei confronti di un secolo intero; la comoda reticenza dell’anonimo gli permette poi di sorvolare su complesse ricostruzioni storiche, che potrebbero annoiare il lettore medio, quello a cui l’autore si rivolge con sguardo complice e solidale.

Formalmente, però, per l’utilizzo di questo espediente, viene a cadere in narratologia la comoda identificazione di Manzoni come narratore squisitamente onnisciente. L’anonimo, infatti, si configura come narratore interno alla vicenda all’origine. Questo contribuisce alla varietà del tono e fa da pendant rispetto a quei passi del tumulto di Milano in cui Renzo, sotto i fumi dell’alcol, può finalmente parlare a briglia sciolta.