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AVARI…

Quando le parole sono conseguenza dei fatti

Gli avari non sono stati mai simpatici, in nessuna epoca storica: i greci indicavano una persona attaccata al portafoglio come aneleùtheros, ovvero, a guardare l’etimologia, come “non libero”.

Questo avveniva non solo perché si riteneva unica giustificazione valida al non spendere l’assenza di introiti, per cui uno schiavo, con buona probabilità, non avrebbe mai offerto cene agli amici, ma anche perché l’avaro era considerato succube di una debolezza, incapace di agire secondo natura e quindi, appunto, non libero. Del resto, anche in italiano, una persona taccagna viene tacciata di il liberalità.

Lo spilorcio, in greco veniva altresì definito come akribes, mikrologos pheidolòs, philokrematos e philokerdès

Le differenza sono esposte da Aristotele nell’Etica Nicomachea, naturalmente ostile a qualunque forma di schiavitù dell’animo. In questa sede compare anche il kuminopristes, letteralmente colui che sega il cumino (come a dire, in italiano, colui che spella il pidocchio e ne fa quattro parti), a cui fa eco il termine comico thumbrepideipnos, mangiatore di lattuga (che probabilmente a quei tempi non costava le somme proibitive a cui, grazie euro!, siamo abituati noi!

L’avaro risparmia su tutto, anche sul sapone: per questo viene chiamato anche ixos o glischros, dalla pelle unta (come a dire da noi, “condire l’insalata con il grasso dei capelli”).

In Grecia traspare però una netta divisione dei ruoli a base sessista: mentre l’uomo è tenuto alla prodigalità, è la donna, con le sue economie a far quadrare il bilancio in famiglia: nessuna ombra di disprezzo né di ironia, dunque, per la massaia phedalìa, ovvero parca; non a caso, però, di questo aggettivo non abbiamo nessuna attestazione al maschile.