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PSICOLOGIA E SINTASSI

Il senso di vuoto e l’alienazione giovanile sono curabili con la sintassi?

Scriveva Antonio Gramsci che, quando hai letto tutto e tutto hai dimenticato, quello che rimane è la cultura. Spesso, dopo aver concluso un libro, di cui magari sono state annotate espressioni ricercate e nozioni astratte, è solo un’immagine, solo un’idea a baluginare nella memoria a testimonianza del valore intrinseco dell’opera.

A me è successo con La gallina volante di Paola Mastrocola, che ha appena conquistato le librerie nelle edizioni Superpocket di Guanda editore.

Il romanzo è ambientato nel mondo della scuola; l’io narrante, una professoressa di italiano e latino, si diletta di avicoltura: la sua ambizione è quella di insegnare alle galline a volare.

L’allegoria è piuttosto esplicita: le galline, che hanno le ali ma non sanno usarle, rappresentano gli studenti, che posseggono un cervello, godono di una intelligenza, ma non la sviluppano, preferendo restare ancorati a facili lusinghe, a interessi eterogenei e fatui.

Carla, la protagonista, è un personaggio etopoieticamente riuscito; convincono le sue deformazioni professionali, soprattutto l’attenzione alla forma e alla correttezza grammaticale ed etimologica anche a discapito della piena comprensione dei contenuti e la critica al formalismo progettuale e didattico che fa tracimare attualmente la scuola italiana, ridotta a fucina di programmazioni, verifiche, recuperi, verbosi verbali.

Una considerazione, poi, è talmente intelligente che merita la citazione diretta:Gabel (la psicologa N.d.R.) ci dice che l’io dei giovani d’oggi è irrimediabilmente destrutturato perché non fanno grammatica. Non sanno che cosa è importante in una frase e che cosa lo è meno, che cosa regge una frase e che cosa è retto, non distinguono tra una parola che fa da soggetto e un’altra che è soltanto un’attributo. Allo stesso modo non sanno che cosa nella vita è importante e che cosa lo è molto meno, che cosa è un guaio marginale e cosa una tragedia. Ci ha raccontato che le arrivano ragazzi disperati perché a tavola hanno avuto una fetta in meno di prosciutto rispetto al fratello, e da lì cadono in depressione e prendono psicofarmaci. La realtà è che non hanno alcuna conoscenza lessicale: conoscono la parola disperato e basta, e quindi la usano tanto per la morte del padre quanto per la fetta di prosciutto in meno.
[…]
Penso alle origini del linguaggio: se volevi una mela ma non sapevi la parola mela, non potevi dirla e quindi la mela non esisteva. Ora, se non esiste la parola crimine o atrocità, nella coscienza dell’individuo non ci sarà neppure la percezione di queste “cose”.

Naturalmente, si tratta di una posizione estremista e paradossale: ma se insegnassimo ai ragazzi a riflettere più che a memorizzare, ad analizzare più che a tradurre, ad argomentare più che a produrre, se ci presentassimo in classe armati della nostra passione più che del registro, se verificassimo di meno e spiegassimo di più, se leggessimo meno saggi di didattica e più classici, forse formeremmo generazioni migliori.

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