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La variazione testuale

Antonio sta diventando insostituibile: questa è la sua illuminata sintesi su un serio problema filologico

Come ben sappiamo, i testi classici non ci sono giunti nella loro forma
originale (concetto, questo, quasi del tutto assente nell’Antichità) ma
grazie alla mediazione dei copisti di epoca medievale. Tra il IV ed il V
secolo d.C., infatti, si è avuta la traslazione dal papiro al codice
pergamenaceo dei testi con criteri alquanto arbitrari dal momento che, per
puro gusto o capriccio dei copisti, molte opere degne dell’immortalità non
hanno potuto vedere la luce dell’Umanesimo.

Una delle problematiche più grandi della trasmissione dei testi è
l’accumularsi di errori dovuti alla continua ed incessante ricopiatura dei
vari scribi. E parlando di errori, possiamo tentare di delineare una piccola
lista dei più comuni che si trovano nei vari codici.

Gli errori possono essere di natura fonetica e quindi relativi ad una sbagliata interpretazione
di un suono o di un gruppo di suoni (magari dovuta al cambio di pronuncia
che si verificò nel greco bizantino nell’ambito dei testi greci) oppure di
natura psicologica quando vi è una disconnessione momentanea tra la mente e
la mano dello scriba. Errori di natura fonetica sono ad esempio scambi di
nessi sillabici come suscipit per suspicit, balòn per labòn noti anche col
nome di metatesi; le assimilazioni sono errori per cui la desinenza di una
parola viene assimilata a quella della parola precedente o successiva come
in Euripide, Herc. fur. v. 372 cheras pleroyntas per pleroyntes e così via.

Errori di natura psicologica sono le dittografie (scrivere due volte ciò che
va scritto una sola volta), le aplografie (scrivere una volta ciò che va
scritto due volte come defendum per defendendum) e le omissioni.

Altro esempio curioso di errore è il cosiddetto saut du meme au meme,
letteralmente “salto da uguale a uguale”, che si verifica quando sono
presenti nel testo due frasi identiche o comunque simili e il copista
durante la prima occhiata alla pagina da copiare vede la prima e la
trascrive ma alla successiva occhiata scambia la seconda per la prima e
continua a copiare da quel punto, tralasciando tutto ciò che sta in mezzo
tra le due frasi. altro errore è l’associazione mentale tra un termine e un
altro che magari presenta qualche elemento in comune come accade in Esiodo,
Theog. v. 454 dove lo scriba, in luogo di chysopèdilon, scrive
chrysostephanon, un composto presente ai vv. 17 e 136.

Ulteriore causa di variazione testuale è la semplificazione, banalizzazione o correzione che il
copista opera quando il testo non gli sembra più procedere correttamente.
Tuttavia erano più le volte in cui era il copista a sbagliare che non quelle
in cui il testo riportava delle corruttele. Ad esempio, la forma in
Properzio 2, 32, 5 deportant esseda Tibur, dal momento che riportava parole
poco note in età medievale, era stata semplificata in deportantes sed
abitur,
lingua latina sì ma con un senso chiaramente illogico per il
contesto in cui si trova.

Infine, causa tecnica di variazione testuale è nel periodo che va dall’VIII al IX secolo dell’era cristiana, il cosiddetto metacharakterismòs, il cambio di grafia che coinvolge
prima l’occidente latino e poi l’oriente bizantino; infatti prima di questo
periodo la forma grafica più comune era la capitale, la nostra maiuscola,
che pian piano in occidente, nell’VIII secolo, cedette il passo alla
minuscola carolina mentre in oriente, nel IX, cedette il passo alla
minuscola greca. La variazione fu dovuta al fatto che le grafie precedenti
cominciarono ad esser comprese sempre di meno, generando così delle
trascrizioni errate causate dal fraintendimento di una lettera con un altra
simile.