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La lingua greca non esiste

Alla ricerca del dialetto come unica forma espressiva in Grecia

I ragazzi sono incredibili! Una studentessa proprio oggi mi ha confidato, con aria saputella, che, a suo avviso, una mia ottima collega di greco non sarebbe sufficientemente preparata, perché, a domanda precisa sulle forme verbali, risponde spesso:” Ci sono più possibilità”.

Corriamo ai ripari: per i nostri alunni il testo di grammatica greca è una Bibbia e l’attico, che qui si insegna, è l’unica possibilità espressiva del greco; le altre forme, per loro, sono tutte marchiani errori. L’idea di dialetto, da loro decontestualizzata e arbitrariamente modernizzata, diventa così qualcosa di impuro, che si annida tra le righe del Rocci con l’unico scopo di rendere ardua la traduzione.

Banalizzando troppo, i libri di esercizi trasmettono l’immagine distorta di una lingua artefatta e a tutti comune.

Non è così. La Grecia era troppo montuosa, troppo amante del proprio particulare per concepire una lingua unica, un esperanto ante litteram e, se le principali strutture morfosintattiche sono simili da una zona all’altra, differenze notevoli si evincono dall’uno all’altro dialetto.

Non c’erano i massmedia a diffondere una lingua nazionale, non c’era nessun Arno in cui risciacquare i propri scritti: gli scrittori si esprimevano, inizialmente, come parlavano e il loro dialetto non era alternativo alla lingua nazionale, come per noi, che riserviamo espressioni vernacolari alla cerchia informale degli amici e depuriamo il nostro vocabolario dai termini locali nelle occasioni pubbliche. Non c’era l’imbarazzo del dialetto semplicemente perché non esisteva una lingua originaria a cui adeguarsi.

Non è, però, una questione squisitamente geografica.

Se è vero che, soprattutto in età arcaica, ogni scrittore si è espresso con la lingua della propria zona, con il sublimarsi della forma, soprattutto in epoca alessandrina, si assiste ad una identificazione tra significato (argomento) e significante (dialetto utilizzato).

Solo così spieghiamo gli innesti lessicali per cui i cori delle tragedie hanno una patina dorica, le liriche si colorano di eolico e l’oratoria si atticizza ovunque.

Non è una peculiarità greca: anche oggi, al cinema lo snob si esprime in milanese, il coatto in romanesco, il geloso in siciliano, l’imbroglione in napoletano.

Sappiamo tutti che non c’è coincidenza ontologica tra i vizi del singolo e la collettività di appartenenza: si istaura una convenzione, però, che fa leva su un bagaglio di giudizi e pregiudizi comuni per meglio caratterizzare un personaggio.

Ma non finisce qui: sul testo tradito c’è anche lo zampino del copista. Costui, uomo dotto, spesso corregge, nell’uno o nell’altro senso: può ricondurre all’attico alcune forme dialettali, pensando di epurare il testo, può, al contrario, influenzare con il suo dialetto le forme trascritte.

Se al ginnasio, si studia solo l’attico e si declassano arbitrariamente altre nobilissime espressioni linguistiche, il motivo è politico, non letterario.

Atene infatti ebbe uno sviluppo imperialistico, conquistò altre terre, importò la sua lingua, richiamò cervelli nelle sue scuole: il boom politico fu transeunte, eterna rimase la sua fama letteraria. L’attico è come il fiorentino per l’italiano: dialetto nobilissimo, ma sempre dialetto.