Questo sito contribuisce alla audience di

Un popolo pulito

L’igiene e la cura della persona in Grecia

Siamo troppo abituati al lassismo igienico del Medioevo, ai castelli enormi sprovvisti dei più elementari servizi igienici, ai profumi importati dall’Oriente per camuffare il lezzo proveniente dal corpo, per non rimaner colpiti dalla modernità dei sistemi di detersione e di pulizia dei Greci.

Già Pisistrato aveva dotato Atene di fontane monumentali, dove le donne, che si recavano lì ad attingere l’acqua, potevano immergersi, vestite, per ritemprare il corpo. Questo pudore era addirittura sconosciuto nel periodo epico, se è vero che Nausicaa e le sue amiche si immersero nelle acque del mare dopo aver lavato la biancheria.

Ancora più indietro, nell’incerto periodo in cui si formarono i miti, la sensualità di Afrodite veniva ben esplicata nella sua genesi, dalle spume del mare.

Il pudore che impediva alla donna di mostrarsi decadeva, comunque, nel periodo dei misteri eleusini, in cui, durante la complessa cerimonia dell’haladè mestai, uomini e donne si immergevano nudi nelle acque della baia del Falero. Proprio qui, il pittore Apelle,ammaliato dalla bellezza della cortigiana Frine, ebbe l’ispirazione per concepire la sua Venere Anadiomene.

Minori erano i limiti per gli uomini: il bagno nelle acque gelate dell’Eurota, in estate come in inverno, temprava (quando non uccideva) gli spartani, mentre gli Ateniesi, più leziosi, provvidero a disporre nei ginnasi vasche di abluzione e addirittura piscine (loutra); nell’urbanistica della città, pertanto, le palestre erano situate proprio vicino ai corsi d’acqua, per rendere più agevoli le opere di conduttura.

Già dal V secolo, una stufa nelle vicinanze delle piscine provvedeva a riscaldarle: prassi questa condannata dai soliti censori, ma molto apprezzata dagli ateniesi che trasformarono le abluzioni in momenti sociali.

Ciò non esclude l’esistenza di vasche e bacinelle nella casa. Quella iconograficamente più nota, descritta anche da Ateneo, è ampia, circolare e profonda, sorretta da un unico piede, dotato di capitello.

Spesso era scavata nella roccia, e comunque occupava una posizione fissa nella casa; gli schiavi la riempivano e la svuotavano con le bacinelle e riscaldavano l’acqua avvicinandola al fuoco.

La prassi non era infrequente, ma, mentre noi usiamo la doccia la mattina appena svegli, per i Greci il rituale si compiva prima della cena, al punto che l’espressione “fare il bagno” diventa perfettamente sinonimica a “cenare”.

Alla donna, confinata nel gineceo, non era permesso usufruire delle comodità della vasca: in una sorta di anacronistica doccia, restavano in piedi mentre una schiava gettava dall’alto acqua tiepida per le abluzioni.

Saponi e creme detergenti naturalmente non c’erano, anche se Teocrito ne Le siracusane fa intendere che le due protagoniste utilizzassero una sorte di sapone liquido.

Notizie diverse ci giungono dalla Grecia: gli atleti utilizzavano detergersi con una miscela di sabbia e olio, con valore esfoliante, mentre i civili ricavavano i loro “saponi”dalla cenere del legno o dal carbonato di potassio estratto dal suolo. L’argilla, allora come oggi, ultimava il trattamento.